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domenica 20 marzo 2011

Da "Wings od Desire" di Wim Wenders

narra, musa del narratore, l'antico bambino gettato ai confini del nulla e fa che in lui ognuno si riconosca.

col tempo quelli che mi ascoltavano sono diventati miei lettori e non siedono più in circolo, ma ognuno per sé, e nessuno sa nulla dell'altro.

un vecchio sono io. di voce stridula. ma il racconto si leva ancora dal profondo e la bocca, lievemente aperta, lo ripete, con forza e facilità. una liturgia dove nessuno va iniziato al senso delle parole e delle frasi.

il mondo sembra oscurarsi al crepuscolo, ma io lo racconto come all'inizio, con la mia cantilena che mi tiene in vita, dispensato dai tumulti dell'ora, e risparmiato per il futuro.

basta con l'espansione nel tempo avanti e indietro nei secoli! posso pensare solo da un giorno all'altro!

i miei eroi non sono piu guerrieri e re. ma i fatti di pace. uno vale l'altro: le cipolle messe a seccare, buone come il tronco d'albero che porta attraverso la palude. ma ancora nessuno è riuscito a cantare un epos di pace.

cosa c'è nella pace che alla lunga non entusiasma e non che si presta al racconto? devo darmi per vinto? ora?

se mi do per vinto allora l'umanità perderà il suo cantore, e quando l'umanità avrà perso il suo cantore, avrà perso anche l'infanzia.

dove sono i miei eroi?
dove siete voi figli miei?
dove stanno i miei?
gli ottusi?
quelli delle origini?

chiamami, oh musa, il povero immortale cantore, che, abbandonato dai mortali suoi uditori, perse la voce, lui che angelo del racconto, è diventato il suonatore d'organetto là fuori, ignorato o deriso, alle soglie della terra di nessuno.

(io. ora. so. ciò che nessun angelo. sa.)

nominami gli uomini e le donne e i bambini che cercheranno me: il loro narratore, cantore e corifeo. perché essi hanno bisogno di me più di ogni altra cosa al mondo: siamo tutti sulla stessa barca.

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