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mercoledì 23 febbraio 2011

Poesia nostalgica delle locomotive che vogliono andare al pascolo, ovverosia la rivelazione delle oscure cause di tanti disastri ferroviari...

Dal muro in fondo al prato, in mezzo al fieno
una forma si muove e si distacca,
ed è una vacca
che avanza il muso per guardare il treno,
il diretto che passa all'11 ore;
perché, sappia il lettore
di questa commovente poesia,
in fondo al prato c'è la ferrovia.

La vacca guarda: uno dei gran diletti
dei bravi ruminanti,
e possono osservarlo tutti quanti,
è di fermarsi in estasi davanti
ai treni in corsa, specie se diretti.
Ma un po' per uno: se ci sono vacche
che fan l'occhietto alle locomotive,
anime sensitive,

e non automi o rapide baracche,
ci sono pur delle locomotive,
che guardano le vacche.

Le guardano coi grandi occhi di vetro
dei loro due fanali,
ed è con infinita nostalgia
ch'esse si lascian dietro
oltre i fuggenti pali
del telegrafo, a vol, la prateria,
i campi dove ci si può sdraiare
tanto tranquillamente, e contemplare,
lungi obliando le stazioni fosche,
il vol delle farfalle e delle mosche.
«Oh!» sospiran le macchine (e nel mentre,
con il fuoco nel ventre,
tirano via rotando e strepitando)

«quando», ripeton, «quando
potremo essere libere anche noi,
goderci la cuccagna
di vivere in campagna

tra le famiglie placide de' buoi?
Oh! potere campar senza gran stento
di un po' di fieno e un po' di sentimento
come certi poeti!

poter far nulla, all'ombra dei querceti;
non piú mangiar carbone e sputar fumo
per l'uso ed il consumo
di gnomi irrequieti

surti dall'umo, e spinti verso l'umo!
Oh gioia, starsi con le ruote all'aria
in grembo all'erbe tenere,
vicino a qualche fonte solitaria
che piglia il fresco sotto il capelvenere!»

Ernesto Ragazzoni

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