Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale
e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino.
Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio.
Il mio dura tuttora, né più mi occorrono
le coincidenze, le prenotazioni,
le trappole, gli scorni di chi crede
che la realtà sia quella che si vede.
Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr'occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.
lunedì 31 gennaio 2011
domenica 30 gennaio 2011
Il Lonfo
Il Lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco e gnagio s'archipatta.
E' frusco il Lonfo! E' pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e ti arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.
Eppure il vecchio Lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;
e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Ma lui zuto
t' alloppa, ti sbernecchia;
e tu l'accazzi.
Fosco Maraini
martedì 25 gennaio 2011
Curva Minore
Perdimi, Signore, che non oda
gli anni sommersi taciti spogliarmi,
si che cangi la pene in moto aperto:
curva minore
del vivere m'avanza.
E fammi vento che naviga felice,
o seme d'orzo o lebbra
che sé esprima in pieno divenire.
E sta facile amarti
in erba che accima alla luce,
in piaga che buca la carne.
Io tento una vita:
ognuno si scalza e vacilla
in ricerca.
Ancora mi lasci: son solo
nell'ombra che in sera si spande,
né valico s'apre al dolce
sfociare del sangue.
(Salvatore Quasimodo)
gli anni sommersi taciti spogliarmi,
si che cangi la pene in moto aperto:
curva minore
del vivere m'avanza.
E fammi vento che naviga felice,
o seme d'orzo o lebbra
che sé esprima in pieno divenire.
E sta facile amarti
in erba che accima alla luce,
in piaga che buca la carne.
Io tento una vita:
ognuno si scalza e vacilla
in ricerca.
Ancora mi lasci: son solo
nell'ombra che in sera si spande,
né valico s'apre al dolce
sfociare del sangue.
(Salvatore Quasimodo)
venerdì 21 gennaio 2011
Blok!
Sì. Detta così l'ispirazione:
la mia libera fantasia s'appiglia
sempre a quei luoghi dov'è umiliazione,
dov'è sporcizia e tenebra e indigenza.
Laggiù, laggiù, con più umiltà, più in basso, -
di là si scorge meglio un altro mondo...
Hai mai visto i bambini a Parigi
o sul ponte i poveri d'inverno?
Dischiudi gli occhi, schiudili al più presto
sul fittissimo orrore della vita,
prima che un grande nubifragio spazzi
tutto quello che c'è nella tua patria, -
lascia maturare il giusto sdegno,
prepara al lavoro le braccia...
E se non puoi, fa sì che in te si accumuli
e divampi il fastidio e la mestizia...
Ma di questo vivere mendace
cancella l'untuoso rossetto
e, come talpa timida, nasconditi
sotto terra alla luce ed impietrisci,
tutta la vita odiando con ferocia
e tenendo in dispregio questo mondo,
e, anche se tu non veda l'avvenire,
dicendo no alle cose del presente!
la mia libera fantasia s'appiglia
sempre a quei luoghi dov'è umiliazione,
dov'è sporcizia e tenebra e indigenza.
Laggiù, laggiù, con più umiltà, più in basso, -
di là si scorge meglio un altro mondo...
Hai mai visto i bambini a Parigi
o sul ponte i poveri d'inverno?
Dischiudi gli occhi, schiudili al più presto
sul fittissimo orrore della vita,
prima che un grande nubifragio spazzi
tutto quello che c'è nella tua patria, -
lascia maturare il giusto sdegno,
prepara al lavoro le braccia...
E se non puoi, fa sì che in te si accumuli
e divampi il fastidio e la mestizia...
Ma di questo vivere mendace
cancella l'untuoso rossetto
e, come talpa timida, nasconditi
sotto terra alla luce ed impietrisci,
tutta la vita odiando con ferocia
e tenendo in dispregio questo mondo,
e, anche se tu non veda l'avvenire,
dicendo no alle cose del presente!
Le Parole Incrociate
Chi era Bava il beccaio? Bombardava Milano;
correva il Novantotto, oggi è un anno lontano.
I cavalli alla Scala, gli alpini in piazza Dom.
Attenzione:
cavalleria piemontese, gli alpini di Val di Non.
Chi era Humbert le Roi? Comandava da Roma;
folgore della guerra, con al vento la chioma.
La fanteria stava a Mantova, i bersaglieri sul Po.
Attenzione:
fanteria calabrese, i bersaglieri di Rho.
E chi era Nicotera, ministro dell'interno?
Sole di sette croci e fuoco dell'inferno.
All'Opera il Barbiere, cannoni a Mergellina.
Attenzione:
spari capestri e mazze da sera alla mattina.
Di pietra non è l'uomo
l'uomo non è un limone
e se non è di pietra
non è carne per un cannone.
Cavallo di re
la figlia di un re
l'ombra di un re
e la voglia di un re.
Soltanto chi è re
può contrastare un re.
Il gioco dei potenti
è di cambiare se vogliono
anche la corsa dei venti.
E i limoni a Palermo? Pendevano dai rami,
coprendo d'ombra il sangue di poveri cristiani.
Chi era Pinna? Un questore, a Garibaldi amico.
Attenzione:
fucilazioni in massa, dentro al castello antico.
E la tassa sul grano? Tutta l'Emilia rossa
s'incendia di furore, brucia nella sommossa.
Stato d'assedio, spari, la truppa bivacca.
Attenzione:
lento scorreva il fiume da Cremona a Ferrara.
Che nome aveva l'acqua trasformata in pantano?
Macello a sangue caldo di popolo italiano.
Un'intera brigata decimata sul posto.
Attenzione:
i soldati legati agli alberi, agli alberi del bosco.
L'uomo non è di pietra
l'uomo non è un limone
poichè non è di pietra
neppure è carne da cannone.
Quando la vecchia
carne voleva
il macellaio
fu presto impiccato;
e un re da cavallo
è anche sbalzato
e in mezzo al salnitro
precipitato,
come al tempo
del grande furore
quando il vecchio imperatore
a morte condannava
chi faceva l'amore.
Sei le colonne in fila, il gioco è terminato.
Nel bel prato d'Italia c'è odore di bruciato.
Un filo rosso lega tutte, tutte queste vicende.
Attenzione:
dentro ci siamo tutti, è il potere che offende.
Roberto Roversi
correva il Novantotto, oggi è un anno lontano.
I cavalli alla Scala, gli alpini in piazza Dom.
Attenzione:
cavalleria piemontese, gli alpini di Val di Non.
Chi era Humbert le Roi? Comandava da Roma;
folgore della guerra, con al vento la chioma.
La fanteria stava a Mantova, i bersaglieri sul Po.
Attenzione:
fanteria calabrese, i bersaglieri di Rho.
E chi era Nicotera, ministro dell'interno?
Sole di sette croci e fuoco dell'inferno.
All'Opera il Barbiere, cannoni a Mergellina.
Attenzione:
spari capestri e mazze da sera alla mattina.
Di pietra non è l'uomo
l'uomo non è un limone
e se non è di pietra
non è carne per un cannone.
Cavallo di re
la figlia di un re
l'ombra di un re
e la voglia di un re.
Soltanto chi è re
può contrastare un re.
Il gioco dei potenti
è di cambiare se vogliono
anche la corsa dei venti.
E i limoni a Palermo? Pendevano dai rami,
coprendo d'ombra il sangue di poveri cristiani.
Chi era Pinna? Un questore, a Garibaldi amico.
Attenzione:
fucilazioni in massa, dentro al castello antico.
E la tassa sul grano? Tutta l'Emilia rossa
s'incendia di furore, brucia nella sommossa.
Stato d'assedio, spari, la truppa bivacca.
Attenzione:
lento scorreva il fiume da Cremona a Ferrara.
Che nome aveva l'acqua trasformata in pantano?
Macello a sangue caldo di popolo italiano.
Un'intera brigata decimata sul posto.
Attenzione:
i soldati legati agli alberi, agli alberi del bosco.
L'uomo non è di pietra
l'uomo non è un limone
poichè non è di pietra
neppure è carne da cannone.
Quando la vecchia
carne voleva
il macellaio
fu presto impiccato;
e un re da cavallo
è anche sbalzato
e in mezzo al salnitro
precipitato,
come al tempo
del grande furore
quando il vecchio imperatore
a morte condannava
chi faceva l'amore.
Sei le colonne in fila, il gioco è terminato.
Nel bel prato d'Italia c'è odore di bruciato.
Un filo rosso lega tutte, tutte queste vicende.
Attenzione:
dentro ci siamo tutti, è il potere che offende.
Roberto Roversi
Aleksandr Aleksandrovič Blok
Come è penoso andare fra la gente
e fingere di non essere morto
e raccontare a chi non ha vissuto
il giuoco falso e tragico del male;
e contemplando il proprio incubo notturno
scoprire un’armonia nel discordante
mulinello dell’essere, ché solo
nei riflessi dell’arte l’uomo vede
l’incendio senza scampo della vita.
e fingere di non essere morto
e raccontare a chi non ha vissuto
il giuoco falso e tragico del male;
e contemplando il proprio incubo notturno
scoprire un’armonia nel discordante
mulinello dell’essere, ché solo
nei riflessi dell’arte l’uomo vede
l’incendio senza scampo della vita.
mercoledì 19 gennaio 2011
Lettera aperta di Elio Petri alla compagnia teatrale
Ultimissime considerazioni, ingenue, ma solo apparentemente.
Quel che più mi ha colpito nelle ultime rappresentazioni da me viste è il tono di "routine" emanante da ogni aspetto della messa in scena. Tutto è un po' meccanico, dall'avvicendarsi delle luci che avviene, quando non è impreciso, con rigidità notarile, alla apparizione degli oggetti, spesso traballanti, alla recitazione degli attori, quasi sempre mero fatto professionale. Sembra, in certi momenti, che tutti mostrino una certa fretta di finire e di tornarsene alla loro vera occupazione, che li aspetta altrove. Non ho più visto e, quindi, vissuto con la compagnia, l'entusiasmo delle prime rappresenazioni, che era tale da fornire allo spettacolo una delle sue più serie basi di credibilità. Davanti a quella partecipazione lo spettatore non poteva dire altro che: "Se loro ci credono tanto, devo crederci anche io". Senza questo elemento della vostra passione, L'orologio americano - come qualunque altro - può risultare uno spettacolo senza clima, senza atmosfera. In definitiva, uno spettacolo noioso: e non soltanto, non essenzialmente, in questo caso, per colpa del testo; ma per colpa esclusivamente nostra. Se si vuole raggiungere questo effetto abbiamo certamente imboccato la strada del sicuro successo. Quindi, complimenti.
So che quel che accade risente, senza dubbio, dello stile puramente "amministrativo" e, di conseguenza, squisitamente "routinier" della nostra tournée. Ma perché lasciarsi influenzare dal disamore della burocrazia teatrale? In fondo, nessuno di noi è andato a cercare un impiego all'E.T.I., nonostante la crisi occupazionale. Ed ognuno, qui, rappresenta solo se stesso, il suo talento, le sue risorse di intelligenza, di generosità, la sua capacità di adattamento, che è anche dote artistica. Tutti assieme noi non rappresentiamo altro che la "compagnia", ossia una società liberamente scelta. E', dunque, per rispetto di noi stessi che ogni sera dobbiamo sottrarci allo stile "routinier" dell'organizzazione: rispetto di noi stessi e degli spettatori.
Mi pare buona regola, se gli spettatori in sala sono pochissimi, e, comunque, meno del previsto, o del desiderato, o del meritato, che tutta la compagnia dia il meglio di sé. Quei pochi avventurosi che hanno lasciato le loro case, e il fuoco d'artificio televisivo, per venirci a vedere, sono veramente i nostri interlocutori elettivi, i più "reali" e meritano di essere trattati con particolare rispetto. Un solo spettatore in sala, poi, assume un tale rilievo, diciamo, "filosofico", sulla rappresentazione, da dovergli portare l'acqua con gli orecchi. Questo unico spettatore è una figura altamente inconscia, poichè da solo assume proporzioni immense e degne di considerazione non puramente mercantile; egli diventa, da solo, anzi, è, il nostro prossimo: amarlo o odiarlo?
Mi scuso per queste ultime digressioni moralistiche, soprattutto con i più giovani, che so preferirebbero essere orfani di padre. D'altra parte, discorsi d'un certo genere, come il presente, sembra non possano sfuggire il paternalismo: è il destino del nostro difficile rapporto. Che fare? Abolire i registi? Benissimo: ma il problema dell'entusiasmo con cui affronterete il nostro lavoro non verrebbe mai meno, anzi ingigantirebbe. Grazie. Prego.
Vostro Elio.
Perugia, 19 marzo 1982
fonte: http://www.eliopetri.net/
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