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venerdì 16 settembre 2011

Il grano non muore nel pane....

COMPAGNI FRATELLI CERVI

Dedicato a papà Cervi
nel suo ottantesimo
compleanno
e alle giovanissime generazioni
d'Italia

A papà Cervi
con ammirazione
con affetto


I

Bella Emilia, splendeva
la polvere delle tue strade
che si aprono il passo fino al cuore
verde della pianura -
Ora immobili al sole, ora smarrite
nel labirinto delle vigne, dove
il campanello di una bicicletta
sembra squillare in cielo con le allodole
o sugli olmi affollati di cicale -
come splendeva, Emilia, la tua pace
il giorno che Aldo Cervi
guidò il trattore nuovo verso casa
e bastava la mano sul volante
a domare il puledro di ferro
dal muso fiammante
e il cuore prestava le sue parole
alla cieca canzone del motore :

Trattore, passa e va!

Le case si affacciavano
in cima alle cavedagne,
mandavano filari,
mandavano cani festosi e bambini
dalle voci più acute delle frecce
incontro al suo ruggito,
e un ragazzo che a scuola
le vecchie favole aveva sentito
rise : Guardate Atlante,
il gigante che regge il mondo in collo!

Perché sulla macchina alto in trono
viaggiava un mappamondo,
solenne goffo re da biblioteca
esiliato fra i campi,
e ad ogni scossa la sua rotazione
attorno ai poli mostrava
i continenti di sette colori
e gli oceani celesti, navigati
da flotte di arcipelaghi,
l'Asia, l'Europa, l'Africa,
l'America ?
alla spinta d'un dito
giravano in un vortice di trottola,
e il cane impazzito
abbaiava alla giostra,
e i bimbi gli volevano mostrare
l'Italia che bagna il piede del mare
e lì è casa nostra, noi siamo lì sotto l'unghia.


Balenò sulla sfera
il riflesso di fiamma del trattore,
si bagnarono acque e terre
in un bagliore d'incendio e di sangue.


II

Sette fratelli come sette olmi,
alti robusti come una piantata.
I poeti non sanno i loro nomi,
si sono chiusi a doppia mandata :
sul loro cuore si ammucchia la polvere
e ci vanno i pulcini a razzolare.
I libri di scuola si tappano le orecchie.
Quei sette nomi scritti con il fuoco
brucerebbero le paginette
dove dormono imbalsamate
le vecchie favolette
approvate dal ministero.

Ma tu mio popolo, tu che la polvere
ti scuoti di dosso
per camminare leggero,
tu che nel cuore lasci entrare il vento
e non temi che sbattano le imposte,
piantali nel tuo cuore
i loro nomi come sette olmi :
Gelindo,
Antenore,
Aldo,
Ovidio,
Ferdinando,
Agostino,
Ettore ?

Nessuno avrà un più bel libro di storia,
il tuo sangue sarà il loro poeta
dalle vive parole,
con te crescerà
la loro leggenda
come cresce una vigna d'Emilia
aggrappata ai suoi olmi
con i grappoli colmi
di sole.


III

La leggenda dirà della mano,
grossa mano contadina,
che ogni sera in cucina a un lume di lucerna
fece sul mappamondo il suo viaggio
cercando fraterna
altre mani, altre genti;
dirà degli occhi fermi
che videro città gonfie di vita
e giardini e feste
dove toccavano caute le dita
sabbie di deserti,
mistero di foreste;
dirà di sette fratelli,
fratelli a tutta la terra,
che sognarono un mondo senza fame,
senza guerra, senza paura.
Ai quattro venti, fuori, la pianura
spalancava le braccia nel buio,
su tutta Italia era notte e paura,
ma, nella stanza, intrepida una voce
parlava col domani :
Un giorno sarà
tutta la terra di un solo colore,
il colore della libertà.

D'un ceppo la vampa
nel vasto focolare
ancora un lampo di sangue strappò
sulla piccola terra,
ed un'ombra più lunga l'ingoiò.


IV

La leggenda dirà che lunga notte,
Italia, fu la tua,
rotta dal canto ubriaco del fascista?
Cara patria, terra avara,
non era la tua voce che cantava
la sconcia canzone:
essa tremava nelle nostre gole,
pianto e maledizione,
quanto tu ci mandavi per il mondo
a seminare paesi e città
perché di terra nostra
non avevamo da riempire il pugno ;
e quando morivamo abbandonati
sull'orlo delle trincee
tu non eri la bandiera usurpata
di tante stolte guerre,
ma il pianto oscuro della madre ignara,
non eri il proclama del generale
ma la nenia, il lutto degli alpini
che vanno alla guerra,
la meglio gioventù che va sotto terra.
Tu non hai mai parlato dai balconi
dei palazzi pieni di boria,
tu disertavi le adunate imperiali,
battevi con le nocche insanguinate
i muri delle prigioni,
sibillavi in segreto la tua storia,
eri la penna che graffiò paziente
i quaderni di Antonio Gramsci,
il giornale proibito, il volantino
di cui ogni parola era pagata
con un anno di galera ;
sei cresciuta nelle officine,
nelle grige periferie,
nella stalla del contadino.

Italia, tu vivevi
nella casa di Fraticello,
seduta al focolare dei Cervi,
non padrona né schiava
ma sorella e compagna
di fatica e d'amore.
E quando lo stivale straniero
calcò il tuo cuore
e infangò le tue strade,
la tua bandiera sventolò sui monti,
vegliò ai fuochi fumosi delle baite,
viaggiò segreta nella bicicletta
del gappista, brillò nei suoi occhi d'acciaio,
e i tuoi sette fratelli,
i tuoi sette Cervi dal limpido cuore
furono i tuoi sette fucili,
per colpire ti diedero gli artigli :

"I cani ci chiamano banditi,
ma il popolo conosce i suoi figli"


V

La leggenda dirà
di una casa emiliana
che materna abbracciò coi suoi muri
il fuggitivo braccato dai cani,
e per l'inglese, il russo prigioniero
impastò il pane con tenere mani,
e vegliò il lor sonno.
Il cuore non conosce frontiere,
per donarsi non chiede passaporti.
A te, a te aviatore americano
delle tue bombe non ti chiese conto,
gettate sulle nostre città sui nostri morti,
ma fasciò la tua ferita.
La tua vita, nel Texas, nel Nevada,
fu comprata con la vita
di sette comunisti,
e la loro casa fu bruciata,
la loro madre uccisa dal dolore
perché tua madre non dovesse piangere.


VI

La leggenda dirà
dell'ultima battaglia :
dove cantò la cicala
abbaia la mitraglia.

Una muta di cani
la notte ha circondata,
il fumo lecca i muri
della casa incendiata.

Ma quando li portarono
alla crudele morte,
non eri tu, fucile,
il più fermo, il più forte.

Nella nebbia dell'alba
si nascosero i cani,
e chiusero gli occhi
per non vedersi le mani.

Negli occhi dei sette Cervi
l'aurora si specchiò,
dagli occhi fucilati
il sole si levò.

Vecchio, tenero padre,
olmo dai sette rami,
nella vuota prigione
per nome ancora li chiami,

e a notte fra le sbarre
fin dove soffia il vento
intatte vedi splendere
sette stelle d'argento.

Sette stelle dell'Orsa
come sette sorelle.
I cani non potranno
fucilare le stelle.


VII

Vecchio nodoso come un olmo antico,
pianta potata dai miei sette rami,
che dura scorza gli anni e il nemico
hanno fatto al mio volto, alle mie mani.

I Cervi, è buona terra : ara, nemico,
affonda il vomero nelle mie carni,
coi pugnali dell'erpice colpisci:
morte puoi darmi, male non puoi farmi.

E' buona terra questa carne antica.
mieti, nemico, le mie sette spighe :
il grano non muore nel pane,
non sono morti i miei sette figli
che hanno dato la vita alla vita.

In tutto ciò che vive sono vivi,
in tutto ciò che spera sono vivi,
in tutto ciò che soffre e lotta vive
i miei figli per sempre sono vivi.


VIII

Li hanno veduti su tutti i fronti?

E quando irresistibile, fiorita
di rossi fazzoletti partigiani
la primavera dirupò dai monti
a rendere la patria agli italiani

Erano il canto più ardito, la lagrima
più stellante di gioia,
i colori più belli dell'aprile
i compagni fratelli Cervi?

Li hanno visti nel Sud
vestito di nero e di sole
quando uscì dalle grotte di Matera
una valanga umana a conquistare
la patria e la terra ; uomini, donne,
bimbi arruffati e puri negli stracci,
e gli animali dall'occhio fraterno,
cavalli, asini, muli,
e le bandiere e i santi paesani
sui ricamati stendardi,
tutti quel giorno, Italia, ti baciarono,
ti tolsero gli spini con mano amorosa.
C'erano, c'erano i Cervi a Melissa,
anche di loro la terra fu rossa,
e sul primo trattore
che la vittoria si scavò tra i cardi.
alto su tutti gli sguardi
C'era il mio Aldo, e fu il suo canto un tuono :
Bandiera di libertà,
trattore passa e va!

E li hanno visti a Modena, un mattino
d'inverno che ai cancelli
delle Fonderie Riunite
chi chiedeva lavoro ebbe piombo :

a Reggio Emilia, quando ci destò
l'indomabile rombo del "fischione",
e i nostri bimbi piangevano
di nascosto dal padre
battuto per le strade,
e l'inverno fu duro, ma a Natale
il loro albero crebbe favoloso
tra le macchine salvate,
nero presepe fu la fonderia
dell'Erre Sessanta,
e un canto di vittoria
cantarono angeli in tuta turchina
con le ali macchiate di grasso :

Bandiera di pace
e di libertà,
trattore, passa e va!

Dove la pianta uomo non si umilia,
ma di tutto il suo sangue
fu una bandiera accesa di coraggio,
là sono vivi i miei figli,
a Genova, nel porto conteso :
oggi la prima linea
passa tra le banchine,
sui moli si tende
il reticolato,
la trincea è scavata nelle case
dove non c'è più pane
ma non entra viltà?

I sette Cervi scendono con voi
sulle piazze d'Italia quando scoppia
come un uragano di speranza
la parola della classe operaia?

Stretti con voi nei banchi di scuola,
con voi si macchiano il dito di inchiostro,
Scrivete : Italia? E' il loro nome, e il vostro.
Sgranate gli occhi limpidi
sul mappamondo, fragile giocattolo
fatto per un festoso girotondo,
ed essi, guidano la vostra mano
di frontiera in frontiera
a cercare i fratelli
sconosciuti e vicini,
e segnano per voi
nel cuore delle genti
la strada della pace,
e vi dicono : Un giorno
la terra conoscerà
un solo colore,
quello della felicità.
Allora sarà vostra
Come una palla, come una trottola.
Come il cuore che vi fa vivi e buoni.
La prenderete allegri sulle spalle.
Vi presteremo noi la vostra forza
che non conosce nemici :
perché voi siete degli olmi nuovi
e noi siamo le vostre radici.

Gianni Rodari
Reggio Emilia 8 maggio 1955


giovedì 15 settembre 2011

da "L'AMACA" di Michele Serra 15/09/2011

Ho visto Angelino Alfano a “Ballarò”, l’ho visto difendere stre- nuamente il suo indifendibile capo, parlarne come da vivo, fingere (o credere davvero) che non si stia facendo i conti, tut- ti quanti assieme,con un uomo disarcionato dal proprio destino,deriso nel mondo, e ormai spregiato più che odiato dalla maggioranza dei suoi concittadini. Mi sono chiesto (e non ho trovato risposta) quali moti dell’animo, quali calcoli, quali speranze possano animare uno stato maggiore che ha come leader un uomo bruciato dagli eventi, e soprattutto da se stesso. Fedeltà? Tracotanza? Cecità? Coerenza? Interessi personali? Generosità umana? La nobiltà dello scudiero che non tradisce o l’ignobiltà del servo che rimane attaccato al padrone finché può ricavarne qualche agio e qualche protezione? Giuro che non lo so, né credo che lo sappiano gli stessi protagonisti, perché l’animo umano è complicato e la storia ne dispone spesso con molta brutalità. Certo è, però, che sentendoli parlare come se niente fosse della prossima candidatura di Berlusconi alle elezioni, viene voglia di scuoterli delicatamente per le spalle, come si fa con i sonnambuli e le persone in deliquio, e dire loro: «Si svegli! La prego, signore, si svegli. Prenda una boccata d’aria, guardi dalla finestra, faccia due passi. E ricominci a vivere in mezzo a noi».

Michele Serra

giovedì 8 settembre 2011

Il succo della Storia fin qui.....

Al principio fu creato l’Universo. 
Questo fatto ha sconcertato non poche persone ed è stato considerato dai più come una cattiva mossa. Numerose razze sono convinte che l’Universo sia stato creato da una specie di dio.

Gli Jatravartid di Viltvodle VI credono invece che il cosmo sia nato dallo starnuto di un essere chiamato il Grande Ciaparche Verde. 

Gli Jatravartid, che vivono nel costante timore del giorno in cui ci sarà l’Avvento del Grande Fazzoletto da Naso Bianco, sono piccole creature azzurre fornite ciascuna di cinquanta braccia, ragion per cui sono stati gli unici, nella storia delle razze intelligenti, ad avere inventato il deodorante per ascelle prima della ruota. 
La Teoria del Grande Ciaparche Verde non ha avuto comunque molto successo al di fuori di Viltvodle VI, perciò la ricerca di altre ipotesi che spiegassero la bizzarria dell’Universo è sempre stata costante.

(Douglas Adams - Ristorante al termine dell'Universo)