Uomini senza fallo, semidei
che vivete in castelli inargentati
che di gloria toccaste gli apogei
noi che invochiam pietà siamo i drogati
Dell'inumano varcando il confine
conoscemmo anzitempo la carogna
che ad ogni ambito sogno mette fine:
che la pietà non vi sia di vergogna
C'era un re che aveva
due castelli
uno d'argento uno d'oro
ma per lui non il cuore
di un amico
mai un amore nè felicità
Banchieri, pizzicagnoli, notai
coi ventri obesi e le mani sudate
coi cuori a forma di salvadanai
noi che invochiam pietà fummo traviate
Navigammo su fragili vascelli
per affrontar del mondo la burrasca
ed avevamo gli occhi troppo belli:
che la pietà non vi rimanga in tasca
Giudici eletti, uomini di legge
noi che danziam nei vostri sogni ancora
siamo l'umano desolato gregge
di chi morì con il nodo alla gola
Quanti innocenti all'orrenda agonia
votaste decidendone la sorte
e quanto giusta pensate che sia
una sentenza che decreta morte
Un castello lo donò
e cento e cento amici trovò
l'altro poi
gli portò mille amori
ma non trovò la felicità
Uomini, cui pietà non convien sempre
mal accettando il destino comune,
andate, nelle sere di novembre,
a spiar delle stelle al fioco lume,
la morte e il vento, in mezzo ai camposanti,
muover le tombe e metterle vicine
come fossero tessere giganti
di un domino che non avrà mai fine
Uomini, poichè all'ultimo minuto
non vi assalga il rimorso ormai tardivo
per non aver pietà giammai avuto
e non diventi rantolo il respiro:
sappiate che la morte vi sorveglia,
gioir nei prati o fra i muri di calce,
come crescere il gran guarda il villano,
finchè non sia maturo per la falce
Non cercare la felicità
in tutti quelli a cui tu
hai donato
per avere un compenso
ma solo in te
nel tuo cuore
se tu avrai donato
solo per pietà.
martedì 15 novembre 2011
lunedì 14 novembre 2011
da " La Città del Sole - Dialogo poetico"
Tutte le cose son communi
Interlocutori:
Ospitalario e Genovese Nochiero del Colombo
[…]
GEN. Questa è una gente ch'arrivò là dall'Indie, ed erano molti filosofi, che
fuggiro la rovina di Mogori e d'altri predoni e tiranni; onde si risolsero di vivere
alla filosofica in commune, si ben la communità delle donne non si usa tra le
genti della provinzia loro; ma essi l'usano, ed è questo il modo. Tutte cose son
communi; ma stan in man di offiziali le dispense, onde non solo il vitto, ma le
scienze e onori e spassi son communi, ma in maniera che non si può appropriare
cosa alcuna.
Dicono essi che tutta la proprietà nasce da far casa appartata, e figli e moglie
propria, onde nasce l'amor proprio; ché, per sublimar a ricchezze o a dignità il
figlio o lasciarlo erede, ognuno diventa o rapace publico, se non ha timore, sendo
potente; o avaro ed insidioso ed ippocrita, si è impotente. Ma quando perdono
l'amor proprio, resta il commune solo.
OSP. Dunque nullo vorrà fatigare, mentre aspetta che l'altro fatighi, come
Aristotile dice contra Platone.
GEN. Io non so disputare, ma ti dico c'hanno tanto amore alla patria loro, che
è una cosa stupenda, più che si dice delli Romani, quanto son più spropriati. E
credo che li preti e monaci nostri, se non avessero li parenti e li amici, o
l'ambizione di crescere più a dignità, seriano più spropriati e santi e caritativi con
tutti.
OSP. Dunque là non ci è amicizia, poiché non si fan piacere l'un l'altro.
GEN. Anzi grandissima: perché è bello a vedere, che tra loro non possono
donarsi cosa alcuna, perché tutto hanno del commune, e molto guardano gli
offiziali, che nullo abbia più che merita. Però quanto è bisogno tutti l'hanno. E
l'amico si conosce tra loro nelle guerre, nell'infirmità, nelle scienze, dove
s'aiutano e s'insegnano l'un l'altro. E tutti li gioveni s'appellan frati e quei che son
quindici anni più di loro, padri, e quindici meno figli. E poi vi stanno l'offiziali a
tutte cose attenti, che nullo possa all'altro far torto nella fratellanza.
OSP. E come?
GEN. Di quante virtù noi abbiamo, essi hanno l'offiziale: ci è un che si chiama
Liberalità, un Magnanimità, un Castità, un Fortezza, un Giustizia, criminale e
civile, un Solerzia, un Verità, Beneficienza, Gratitudine, Misericordia, ecc.; e a
ciascuno di questi si elegge quello, che da fanciullo nelle scole si conosce
inclinato a tal virtù. E però, non sendo tra loro latrocini, né assassinii, né stupri ed
incesti, adultèri, delli quali noi ci accusamo, essi si accusano d'ingratitudine, di
malignità, quando un non vuol far piacere onesto, di bugia, che abborriscono più
che la peste; e di questi rei per pena son privati della mensa commune, o del
commerzio delle donne, e d'alcuni onori, finché pare al giudice, per ammendarli.
OSP. Or dimmi, come fan gli offiziali?
GEN. Questo non si può dire, se non sai la vita loro. Prima è da sapere che gli
uomini e le donne vestono d'un modo atto a guerreggiare, benché le donne
hanno la sopravveste fin sotto al ginocchio, e l'uomini sopra.
E s'allevan tutti in tutte l'arti. Dopo gli tre anni li fanciulli imparano la lingua e
l'alfabeto nelle mura, caminando in quattro schiere; e quattro vecchi li guidano e
insegnano, e poi li fan giocare e correre, per rinforzarli, e sempre scalzi e
scapigli, fin alli sette anni, e li conducono nell'officine dell'arti, cosidori, pittori,
orefici, ecc.; e mirano l'inclinazione. Dopo li sette anni vanno alle lezioni delle
scienze naturali, tutti; ché son quattro lettori della medesima lezione, e in quattro
ore tutte quattro le squadre si spediscono; perché, mentre gli altri si esercitano
col corpo, o fan gli pubblici servizi, gli altri stanno alla lezione. Poi tutti si mettono
alle matematiche, medicine ed altre scienze, e ci è continua disputa tra di loro e
concorrenza; e quelli poi diventano offiziali di quella scienza, dove miglior profitto
fanno, o di quell'arte meccanica, perché ognuna ha il suo capo. Ed in campagna,
nei lavori e nella pastura delle bestie pur vanno a imparare; e quello è tenuto di
più gran nobiltà, che più arti impara, e meglio le fa. Onde si ridono di noi, che gli
artefici appellamo ignobili, e diciamo nobili quelli, che null'arte imparano e stanno
oziosi e tengon in ozio e lascivia tanti servitori con roina della republica.
Gli offiziali poi s'eleggono da quelli quattro capi, e dalli mastri di quell'arte, li quali
molto bene sanno chi è più atto a quell'arte o virtù, in cui ha da reggere, e
propongono in Consiglio, e ognuno oppone quel che sa di loro. Però non può
essere Sole se non quello che sa tutte l'istorie delle genti e riti e sacrifizi e
republiche ed inventori di leggi ed arti. Poi bisogna che sappia tutte l'arti
meccaniche, perché ogni due giorni se n'impara una, ma l'uso qui le fa saper
tutte, e la pittura. E tutte le scienze ha da sapere, matematiche, fisiche,
astrologiche. Delle lingue non si cura, perché ha l'interpreti, che son i grammatici
loro. Ma più di tutti bisogna che sia Metafisico e Teologo, che sappia ben la
radice e prova d'ogni arte e scienza, e le similitudini e differenze delle cose, la
Necessità, il Fato, e l'Armonia del mondo, la Possanza, Sapienza e Amor divino
e d'ogni cosa, e li gradi degli enti e corrispondenze loro con le cose celesti,
terrestri e marine, e studia molto bene nei Profeti ed astrologia. Dunque si sa chi
ha da esser Sole, e se non passa trentacinque anni, non arriva a tal grado; e
questo offizio è perpetuo, mentre non si trova chi sappia più di lui e sia più atto al
governo.
OSP. E chi può saper tanto? Anzi non può saper governare chi attende alle
scienze.
GEN. Io dissi a loro questo, e mi risposero: "Più certi semo noi, che un tanto
letterato sa governare, che voi che sublimate l'ignoranti, pensando che siano atti
perché son nati signori, o eletti da fazione potente. Ma il nostro Sole sia pur tristo
in governo, non sarà mai crudele, né scelerato, né tiranno un chi tanto sa. Ma
sappiate che questo è argomento che può tra voi, dove pensate che sia dotto chi
sa più grammatica e logica d'Aristotile o di questo o quello autore; al che ci vol
sol memoria servile, onde l'uomo si fa inerte, perché non contempla le cose ma li
libri, e s'avvilisce l'anima in quelle cose morte; né sa come Dio regga le cose, e
gli usi della natura e delle nazioni. Il che non può avvenire al nostro Sole, perché
non può arrivare a tante scienze chi non è scaltro d'ingegno ad ogni cosa, onde è
sempre attivissimo al governo. Noi pur sappiamo che chi sa una scienza sola,
non sa quella né l'altre bene; e che colui che è atto a una sola, studiata in libro, è
inerte e grosso. Ma non così avviene alli pronti d'ingegno e facili ad ogni
conoscenza, come è bisogno che sia il Sole. E nella città nostra s'imparano le
scienze con facilità tale, come tu vedi, che più in un anno qui si sa, che in diece o
quindici tra voi, e mira in questi fanciulli."
Nel che io restai confuso per le ragioni sue e la prova di quelli fanciulli, che
intendevano la mia lingua; perché d'ogni lingua sempre han d'esser tre che la
sappiano. E tra loro non ci è ozio nullo, se non quello che li fa dotti; che però
vanno in campagna a correre, a tirar dardo, sparar archibugi, seguitar fiere,
lavorare, conoscer l'erbe, mo una schiera, mo l'altra di loro.
Li tre offiziali primi non bisogna che sappiano se non quell'arti che all'offizio loro
partengono. Onde sanno l'arti communi a tutti, istoricamente imparandole, e poi
le proprie, dove più si dà uno che un altro: così il Potestà saperà l'arte
cavalieresca, fabricar ogni sorte d'armi, cose di guerra, machine, arte militare,
ecc. Ma tutti questi offiziali han d'essere filosofi, e più, ed istorici, naturalisti ed
umanisti.
OSP. Vorrei che dicessi l'offizi tutti, e li distinguessi; e s'è bisogno l'educazion
commune.
GEN. Sono prima le stanze communi, dormitori, letti e bisogni; ma ogni sei
mesi si distinguono dalli mastri, chi ha da dormire in questo girone o in quell'altro,
e nella stanza prima o seconda, notate per alfabeto.
Poi son l'arti communi agli uomini e donne, le speculative e meccaniche; con
questa distinzione, che quelle dove ci va fatica grande e viaggio, le fan gli
uomini, come arare, seminare, cogliere i frutti, pascer le pecore, operar nell'aia,
nella vendemmia. Ma nel formar il cascio e mungere si soleno le donne
mandare, e nell'orti vicini alla città per erbe e servizi facili. Universalmente, le arti
che si fanno sedendo e stando, per lo più son delle donne, come tessere,
cuscire, tagliar i capelli e le barbe, la speziaria, fare tutte le sorti di vestimenti;
altro che l'arte del ferraro e delle armi. Pur chi è atta a pingere, non se le vieta.
La musica è solo delle donne, perché più dilettano, e de' fanciulli, ma non di
trombe e tamburi. Fanno anche le vivande; apparecchiano le mense; ma il
servire a tavola è proprio delli gioveni, maschi e femine, finché sono di vint'anni.
Hanno in ogni girone le publiche cucine e le dispense della robba. E ad ogni
officio soprastante è un vecchio ed una vecchia, che comandano ed han potestà
di battere o far battere da altri li negligenti e disobedienti, e notano ognuno ed
ognuna in che esercizio meglio riesce. Tutta la gioventù serve alli vecchi che
passano quarant'anni; ma il mastro o maestra han cura la sera, quando vanno a
dormire, e la mattina di mandar alli servizi di quelli a chi tocca, uno o due ad ogni
stanza, ed essi gioveni si servono tra loro, e chi ricusa, guai a lui! Vi son prime e
seconde mense; d'una parte mangiano le donne, dall'altra gli uomini, e stanno
come in refettori di frati. Si fa senza strepito, ed un sempre legge a tavola,
cantando, e spesso l'offiziale parla sopra qualche passo della lezione. una dolce
cosa vedersi servire di tanta bella gioventù, in abito succinto, così a tempo, e
vedersi a canto tanti amici, frati, figli e madri vivere con tanto rispetto ed amore.
Si dona a ciascuno, secondo il suo esercizio, piatto di pitanza e menestra, frutti,
cascio; e li medici hanno cura di dire alli cochi in quel giorno, qual sorte di
vivanda conviene, e quale alli vecchi e quale alli giovani e quale all'ammalati. Gli
offiziali hanno la miglior parte; questi mandano spesso della loro a tavola a chi
più si ha fatto onore la mattina nelle lezioni e dispute di scienze ed armi, e questo
si stima per grande onore e favore. E nelle feste fanno cantar una musica pur in
tavola; e perché tutti metteno mano alli servizi, mai non si trova che manchi cosa
alcuna, Son vecchi savi soprastanti a chi cucina ed alli refettori, e stimano assai
la nettezza nelle strade, nelle stanze e nelli vasi e nelle vestimenta e nella
persona.
Vesteno dentro camisa bianca di lino, poi un vestito, ch'è giubbone e calza
insieme, senza pieghe e spaccato per mezzo, dal lato e di sotto, e poi
imbottonato. Ed arriva la calza sin al tallone, a cui si pone un pedale grande
come un bolzacchino, e la scarpa sopra. E son ben attillate, che quando si
spogliano la sopravveste, si scerneno tutte le fattezze della persona. Si mutano
le vesti quattro volte varie, quando il Sole entra in Cancro e Capricorno, Ariete e
Libra. E, secondo la complessione e la procerità, sta al Medico di distribuirle col
Vestiario di ciascun girone. Ed è cosa mirabile che in un punto hanno quante
vesti vogliono, grosse, sottili, secondo il tempo. Veston tutti di bianco, ed ogni
mese si lavan le vesti col sapone, o bucato quelle di tela.
Tutte le stanze sottane, sono officine, cucine, granari, guardarobbe, dispense,
refettori, lavatori; ma si lavano nelle pile delli chiostri. L'acqua si getta per le
latrine o per canali, che vanno a quelle. Hanno in tutte le piazze delli gironi le lor
fontane, che tirano l'acque dal fondo solo con muover un legno, onde esse
spicciano per li canali. Vi è acqua sorgente, e molta nelle conserve a cui vanno le
piogge per li canali delle case, passando per arenosi acquedotti. Si lavano le
persone loro spesso, secondo il maestro e 'l medico ordina. L'arti si fanno tutte
nei chiostri di sotto, e le speculative di sopra, dove sono le pitture, e nel tempio si
leggono.
Negli atri di fuora son orologi di sole e di squille per tutti i gironi, e banderuole
per saper i venti.
[…]
Interlocutori:
Ospitalario e Genovese Nochiero del Colombo
[…]
GEN. Questa è una gente ch'arrivò là dall'Indie, ed erano molti filosofi, che
fuggiro la rovina di Mogori e d'altri predoni e tiranni; onde si risolsero di vivere
alla filosofica in commune, si ben la communità delle donne non si usa tra le
genti della provinzia loro; ma essi l'usano, ed è questo il modo. Tutte cose son
communi; ma stan in man di offiziali le dispense, onde non solo il vitto, ma le
scienze e onori e spassi son communi, ma in maniera che non si può appropriare
cosa alcuna.
Dicono essi che tutta la proprietà nasce da far casa appartata, e figli e moglie
propria, onde nasce l'amor proprio; ché, per sublimar a ricchezze o a dignità il
figlio o lasciarlo erede, ognuno diventa o rapace publico, se non ha timore, sendo
potente; o avaro ed insidioso ed ippocrita, si è impotente. Ma quando perdono
l'amor proprio, resta il commune solo.
OSP. Dunque nullo vorrà fatigare, mentre aspetta che l'altro fatighi, come
Aristotile dice contra Platone.
GEN. Io non so disputare, ma ti dico c'hanno tanto amore alla patria loro, che
è una cosa stupenda, più che si dice delli Romani, quanto son più spropriati. E
credo che li preti e monaci nostri, se non avessero li parenti e li amici, o
l'ambizione di crescere più a dignità, seriano più spropriati e santi e caritativi con
tutti.
OSP. Dunque là non ci è amicizia, poiché non si fan piacere l'un l'altro.
GEN. Anzi grandissima: perché è bello a vedere, che tra loro non possono
donarsi cosa alcuna, perché tutto hanno del commune, e molto guardano gli
offiziali, che nullo abbia più che merita. Però quanto è bisogno tutti l'hanno. E
l'amico si conosce tra loro nelle guerre, nell'infirmità, nelle scienze, dove
s'aiutano e s'insegnano l'un l'altro. E tutti li gioveni s'appellan frati e quei che son
quindici anni più di loro, padri, e quindici meno figli. E poi vi stanno l'offiziali a
tutte cose attenti, che nullo possa all'altro far torto nella fratellanza.
OSP. E come?
GEN. Di quante virtù noi abbiamo, essi hanno l'offiziale: ci è un che si chiama
Liberalità, un Magnanimità, un Castità, un Fortezza, un Giustizia, criminale e
civile, un Solerzia, un Verità, Beneficienza, Gratitudine, Misericordia, ecc.; e a
ciascuno di questi si elegge quello, che da fanciullo nelle scole si conosce
inclinato a tal virtù. E però, non sendo tra loro latrocini, né assassinii, né stupri ed
incesti, adultèri, delli quali noi ci accusamo, essi si accusano d'ingratitudine, di
malignità, quando un non vuol far piacere onesto, di bugia, che abborriscono più
che la peste; e di questi rei per pena son privati della mensa commune, o del
commerzio delle donne, e d'alcuni onori, finché pare al giudice, per ammendarli.
OSP. Or dimmi, come fan gli offiziali?
GEN. Questo non si può dire, se non sai la vita loro. Prima è da sapere che gli
uomini e le donne vestono d'un modo atto a guerreggiare, benché le donne
hanno la sopravveste fin sotto al ginocchio, e l'uomini sopra.
E s'allevan tutti in tutte l'arti. Dopo gli tre anni li fanciulli imparano la lingua e
l'alfabeto nelle mura, caminando in quattro schiere; e quattro vecchi li guidano e
insegnano, e poi li fan giocare e correre, per rinforzarli, e sempre scalzi e
scapigli, fin alli sette anni, e li conducono nell'officine dell'arti, cosidori, pittori,
orefici, ecc.; e mirano l'inclinazione. Dopo li sette anni vanno alle lezioni delle
scienze naturali, tutti; ché son quattro lettori della medesima lezione, e in quattro
ore tutte quattro le squadre si spediscono; perché, mentre gli altri si esercitano
col corpo, o fan gli pubblici servizi, gli altri stanno alla lezione. Poi tutti si mettono
alle matematiche, medicine ed altre scienze, e ci è continua disputa tra di loro e
concorrenza; e quelli poi diventano offiziali di quella scienza, dove miglior profitto
fanno, o di quell'arte meccanica, perché ognuna ha il suo capo. Ed in campagna,
nei lavori e nella pastura delle bestie pur vanno a imparare; e quello è tenuto di
più gran nobiltà, che più arti impara, e meglio le fa. Onde si ridono di noi, che gli
artefici appellamo ignobili, e diciamo nobili quelli, che null'arte imparano e stanno
oziosi e tengon in ozio e lascivia tanti servitori con roina della republica.
Gli offiziali poi s'eleggono da quelli quattro capi, e dalli mastri di quell'arte, li quali
molto bene sanno chi è più atto a quell'arte o virtù, in cui ha da reggere, e
propongono in Consiglio, e ognuno oppone quel che sa di loro. Però non può
essere Sole se non quello che sa tutte l'istorie delle genti e riti e sacrifizi e
republiche ed inventori di leggi ed arti. Poi bisogna che sappia tutte l'arti
meccaniche, perché ogni due giorni se n'impara una, ma l'uso qui le fa saper
tutte, e la pittura. E tutte le scienze ha da sapere, matematiche, fisiche,
astrologiche. Delle lingue non si cura, perché ha l'interpreti, che son i grammatici
loro. Ma più di tutti bisogna che sia Metafisico e Teologo, che sappia ben la
radice e prova d'ogni arte e scienza, e le similitudini e differenze delle cose, la
Necessità, il Fato, e l'Armonia del mondo, la Possanza, Sapienza e Amor divino
e d'ogni cosa, e li gradi degli enti e corrispondenze loro con le cose celesti,
terrestri e marine, e studia molto bene nei Profeti ed astrologia. Dunque si sa chi
ha da esser Sole, e se non passa trentacinque anni, non arriva a tal grado; e
questo offizio è perpetuo, mentre non si trova chi sappia più di lui e sia più atto al
governo.
OSP. E chi può saper tanto? Anzi non può saper governare chi attende alle
scienze.
GEN. Io dissi a loro questo, e mi risposero: "Più certi semo noi, che un tanto
letterato sa governare, che voi che sublimate l'ignoranti, pensando che siano atti
perché son nati signori, o eletti da fazione potente. Ma il nostro Sole sia pur tristo
in governo, non sarà mai crudele, né scelerato, né tiranno un chi tanto sa. Ma
sappiate che questo è argomento che può tra voi, dove pensate che sia dotto chi
sa più grammatica e logica d'Aristotile o di questo o quello autore; al che ci vol
sol memoria servile, onde l'uomo si fa inerte, perché non contempla le cose ma li
libri, e s'avvilisce l'anima in quelle cose morte; né sa come Dio regga le cose, e
gli usi della natura e delle nazioni. Il che non può avvenire al nostro Sole, perché
non può arrivare a tante scienze chi non è scaltro d'ingegno ad ogni cosa, onde è
sempre attivissimo al governo. Noi pur sappiamo che chi sa una scienza sola,
non sa quella né l'altre bene; e che colui che è atto a una sola, studiata in libro, è
inerte e grosso. Ma non così avviene alli pronti d'ingegno e facili ad ogni
conoscenza, come è bisogno che sia il Sole. E nella città nostra s'imparano le
scienze con facilità tale, come tu vedi, che più in un anno qui si sa, che in diece o
quindici tra voi, e mira in questi fanciulli."
Nel che io restai confuso per le ragioni sue e la prova di quelli fanciulli, che
intendevano la mia lingua; perché d'ogni lingua sempre han d'esser tre che la
sappiano. E tra loro non ci è ozio nullo, se non quello che li fa dotti; che però
vanno in campagna a correre, a tirar dardo, sparar archibugi, seguitar fiere,
lavorare, conoscer l'erbe, mo una schiera, mo l'altra di loro.
Li tre offiziali primi non bisogna che sappiano se non quell'arti che all'offizio loro
partengono. Onde sanno l'arti communi a tutti, istoricamente imparandole, e poi
le proprie, dove più si dà uno che un altro: così il Potestà saperà l'arte
cavalieresca, fabricar ogni sorte d'armi, cose di guerra, machine, arte militare,
ecc. Ma tutti questi offiziali han d'essere filosofi, e più, ed istorici, naturalisti ed
umanisti.
OSP. Vorrei che dicessi l'offizi tutti, e li distinguessi; e s'è bisogno l'educazion
commune.
GEN. Sono prima le stanze communi, dormitori, letti e bisogni; ma ogni sei
mesi si distinguono dalli mastri, chi ha da dormire in questo girone o in quell'altro,
e nella stanza prima o seconda, notate per alfabeto.
Poi son l'arti communi agli uomini e donne, le speculative e meccaniche; con
questa distinzione, che quelle dove ci va fatica grande e viaggio, le fan gli
uomini, come arare, seminare, cogliere i frutti, pascer le pecore, operar nell'aia,
nella vendemmia. Ma nel formar il cascio e mungere si soleno le donne
mandare, e nell'orti vicini alla città per erbe e servizi facili. Universalmente, le arti
che si fanno sedendo e stando, per lo più son delle donne, come tessere,
cuscire, tagliar i capelli e le barbe, la speziaria, fare tutte le sorti di vestimenti;
altro che l'arte del ferraro e delle armi. Pur chi è atta a pingere, non se le vieta.
La musica è solo delle donne, perché più dilettano, e de' fanciulli, ma non di
trombe e tamburi. Fanno anche le vivande; apparecchiano le mense; ma il
servire a tavola è proprio delli gioveni, maschi e femine, finché sono di vint'anni.
Hanno in ogni girone le publiche cucine e le dispense della robba. E ad ogni
officio soprastante è un vecchio ed una vecchia, che comandano ed han potestà
di battere o far battere da altri li negligenti e disobedienti, e notano ognuno ed
ognuna in che esercizio meglio riesce. Tutta la gioventù serve alli vecchi che
passano quarant'anni; ma il mastro o maestra han cura la sera, quando vanno a
dormire, e la mattina di mandar alli servizi di quelli a chi tocca, uno o due ad ogni
stanza, ed essi gioveni si servono tra loro, e chi ricusa, guai a lui! Vi son prime e
seconde mense; d'una parte mangiano le donne, dall'altra gli uomini, e stanno
come in refettori di frati. Si fa senza strepito, ed un sempre legge a tavola,
cantando, e spesso l'offiziale parla sopra qualche passo della lezione. una dolce
cosa vedersi servire di tanta bella gioventù, in abito succinto, così a tempo, e
vedersi a canto tanti amici, frati, figli e madri vivere con tanto rispetto ed amore.
Si dona a ciascuno, secondo il suo esercizio, piatto di pitanza e menestra, frutti,
cascio; e li medici hanno cura di dire alli cochi in quel giorno, qual sorte di
vivanda conviene, e quale alli vecchi e quale alli giovani e quale all'ammalati. Gli
offiziali hanno la miglior parte; questi mandano spesso della loro a tavola a chi
più si ha fatto onore la mattina nelle lezioni e dispute di scienze ed armi, e questo
si stima per grande onore e favore. E nelle feste fanno cantar una musica pur in
tavola; e perché tutti metteno mano alli servizi, mai non si trova che manchi cosa
alcuna, Son vecchi savi soprastanti a chi cucina ed alli refettori, e stimano assai
la nettezza nelle strade, nelle stanze e nelli vasi e nelle vestimenta e nella
persona.
Vesteno dentro camisa bianca di lino, poi un vestito, ch'è giubbone e calza
insieme, senza pieghe e spaccato per mezzo, dal lato e di sotto, e poi
imbottonato. Ed arriva la calza sin al tallone, a cui si pone un pedale grande
come un bolzacchino, e la scarpa sopra. E son ben attillate, che quando si
spogliano la sopravveste, si scerneno tutte le fattezze della persona. Si mutano
le vesti quattro volte varie, quando il Sole entra in Cancro e Capricorno, Ariete e
Libra. E, secondo la complessione e la procerità, sta al Medico di distribuirle col
Vestiario di ciascun girone. Ed è cosa mirabile che in un punto hanno quante
vesti vogliono, grosse, sottili, secondo il tempo. Veston tutti di bianco, ed ogni
mese si lavan le vesti col sapone, o bucato quelle di tela.
Tutte le stanze sottane, sono officine, cucine, granari, guardarobbe, dispense,
refettori, lavatori; ma si lavano nelle pile delli chiostri. L'acqua si getta per le
latrine o per canali, che vanno a quelle. Hanno in tutte le piazze delli gironi le lor
fontane, che tirano l'acque dal fondo solo con muover un legno, onde esse
spicciano per li canali. Vi è acqua sorgente, e molta nelle conserve a cui vanno le
piogge per li canali delle case, passando per arenosi acquedotti. Si lavano le
persone loro spesso, secondo il maestro e 'l medico ordina. L'arti si fanno tutte
nei chiostri di sotto, e le speculative di sopra, dove sono le pitture, e nel tempio si
leggono.
Negli atri di fuora son orologi di sole e di squille per tutti i gironi, e banderuole
per saper i venti.
[…]
mercoledì 12 ottobre 2011
Rispetto per Repetto
PREFAZIONE del maestro Mimmo Repetto
(scritta all’aurora del giorno in cui ha compiuto cent’anni)
Tutto quello che non sopporto ha un nome.
Non sopporto i vecchi. La loro bava. Le loro lamentele. La loro inutilità.
Peggio ancora quando cercano di rendersi utili. La loro dipendenza.
I loro rumori. Numerosi e ripetitivi. La loro aneddottica esasperata.
La centralità dei loro racconti. Il loro disprezzo verso le generazioni successive.
Ma non sopporto neanche le generazioni successive.
Non sopporto i vecchi quando sbraitano e pretendono il posto a sedere in autobus.
Non sopporto i giovani. La loro arroganza. La loro ostentazione di forza e gioventù.
La prosopopea dell'invincibilità eroica dei giovani è patetica.
Non sopporto i giovani impertinenti che non cedono il posto ai vecchi in autobus.
Non sopporto i teppisti. Le loro risate improvvise, scosciate ed inutili.
Il loro disprezzo verso il prossimo diverso. Ancor più insopportabili i giovani buoni, responsabili e generosi. Tutto volontariato e preghiera. Tanta educazione e tanta morte. Nei loro cuori e nelle loro teste.
Non sopporto i bambini capricciosi e autoreferenziali e i loro genitori ossessivi e referenziali solo verso i bambini. Non sopporto i bambini che urlano e che piangono. E quelli silenziosi mi inquietano, dunque non li sopporto. Non sopporto i lavoratori e i disoccupati e l'ostentazione melliflua e spregiudicata della loro sfortuna divina.
Che divina non è. Solo mancanza di impegno.
Ma come sopportare quelli tutti dediti alla lotta, alla rivendicazione, al comizio facile e al sudore diffuso sotto l'ascella? Impossibile sopportarli.
Non sopporto i manager. E non c'è bisogno nemmeno di spiegare il perché. Non sopporto i piccolo borghesi, chiusi a guscio nel loro mondo stronzo. Alla guida della loro vita, la paura. La paura di tutto ciò che non rientra in quel piccolo guscio. E quindi snob, senza conoscere neanche il significato della parola. Non sopporto i fidanzati, poiché ingombrano.
Non sopporto le fidanzate, poiché intervengono.
Non sopporto quelli di ampie vedute, tolleranti e spregiudicati.
Sempre corretti. Sempre perfetti. Sempre ineccepibili.
Tutto consentito, tranne l'omicidio.
Li critichi e loro ti ringraziano della critica. Li disprezzi e loro ti ringraziano bonariamente. Insomma mettono in difficoltà.
Perché boicottano la cattiveria.
Quindi sono insopportabili.
Ti chiedono: "Come stai?" e vogliono saperlo veramente. Uno choc. Ma sotto l'interesse disinteressato, da qualche parte, covano coltellate.
Ma non sopporto neanche quelli che non ti mettono mai in difficoltà. Sempre ubbidienti e rassicuranti. Fedeli e ruffiani.
Non sopporto i giocatori di biliardo, i soprannomi, gli indecisi, i non fumatori, lo smog e l'aria buona, i rappresentanti di commercio, la pizza al taglio, i convenevoli, i cornetti con la cioccolata, i falò, gli agenti di cambio, i parati a fiori, il commercio equo e solidale, il disordine, gli ambientalisti, il senso civico, i gatti, i topi, le bevande analcoliche, le citofonate inaspettate, le telefonate lunghe, coloro che dicono che un bicchiere di vino al giorno fa bene, coloro che fingono di dimenticare il tuo nome, colore che per difendersi dicono di essere dei professionisti, i compagni di scuola che dopo trent'anni ti incontrano e ti chiamano per cognome, gli anziani che non perdono mai occasione di ricordarti che loro hanno fatto la Resistenza, i figli sprovvisti che non hanno nulla da fare e decidono di aprire una galleria d'arte, gli ex-comunisti che perdono la testa per la musica brasiliana, gli svampiti che dicono "intrigante", i modaioli che dicono "figata" e derivati, gli sdolcinati che dicono bellino carino stupendo, gli ecumenici che chiamano tutti "amore", certe bellezze che ti dicono "ti adoro", i fortunati che suonano ad orecchio, i finti disattenti che quando parli non ti ascoltano, i superiori che giudicano, le femministe, i pendolari, i dolcificanti, gli stilisti, i registi, le autoradio, i ballerini, i politici, gli scarponi da sci, gli adolescenti, i sottosegretari, le rime, i cantanti rock attempati coi jeans attillati, gli scrittori boriosi e seriosi, i parenti, i fiori, i biondi, gli inchini, le mensole, gli intellettuali, gli artisti di strada, le meduse, i maghi, i vip, gli stupratori, i pedofili, tutti i circensi, gli operatori culturali, gli assistenti sociali, i divertimenti, gli amanti degli animali, le cravatte, le risate finte, i provinciali, gli aliscafi, i collezionisti tutti, un gradino più in su quelli di orologi, tutti gli hobby, i medici, i pazienti, il jazz, la pubblicità, i costruttori, le mamme, gli spettatori di basket, tutti gli attori e tutte le attrici, la video arte, i luna park, gli sperimentalisti di tutti i tipi, le zuppe, la pittura contemporanea, gli artigiani anziani, nella loro bottega, i chitarristi dilettanti, le statue nelle piazze, il baciamano, le beauty farm, i filosofi di bell'aspetto, le piscine con troppo cloro, le alghe, i ladri, le anoressiche, le vacanze, le lettere d'amore, i preti e i chierichetti, le supposte, la musica etnica, i finti rivoluzionari, le telline, i panda, l'acne, i percussionisti, le docce con le tende, le voglie, i calli, i soprammobili, i nei, i vegetariani, i vedutisti, i cosmetici, i cantanti lirici, i parigini, i pullover a collo alto, la musica al ristorante, le feste, i meeting, le case col panorama, gli inglesismi, i neologismi, i figli di papà, i figli d'arte, i figli dei ricchi, i figli degli altri, i musei, i sindaci dei comuni, tutti gli assessori, i manifestanti, la poesia, i salumieri, i gioiellieri, gli antifurti, le catenine d'oro giallo, i leader, i gregari, le prostitute, le persone troppo basse o troppo alte, i funerali, i peli, i telefonini, la burocrazia, le installazioni, le automobili di tutte le cilindrate, i portachiavi, i cantautori, i giapponesi, i dirigenti, i razzisti e i tolleranti, i ciechi, la fòrmica, il rame, l'ottone, il bambù, i cuochi in televisione, la folla, le creme abbronzanti, le lobby, gli slang, le macchie, le mantenute, le cornucopie, i balbuzienti, i giovani vecchi e i vecchi giovani, gli snob, i radical chic, la chirurgia estetica, le tangenziali, le piante, i mocassini, i settari, i presentatori televisivi, i nobili, i fili che si attorcigliano, le vallette, i comici, i giocatori di golf, la fantascienza, i veterinari, le modelle, i rifugiati politici, gli ottusi, le spiagge bianchissime, le religioni improvvisate e i loro seguaci, le mattonelle di seconda scelta, i testardi, i critici di professione, le coppie lui giovane lei matura e viceversa, i maturi, tutte le persone col cappello, tutte le persone con gli occhiali da sole, le lampade abbronzanti, gli incendi, i braccialetti, i raccomandati, i militari, i tennisti scapestrati, i faziosi e i tifosi, i profumi da tabaccaio, i matrimoni, le barzellette, la prima comunione, i massoni, la messa, coloro che fischiano, coloro che cantano all’improvviso, i rutti, gli eroinomani, i Lions club, i cocainomani, i Rotary club, il turismo sessuale, il turismo, coloro che detestano il turismo e dicono che loro sono “viaggiatori”, coloro che parlano “per esperienza”, coloro che non hanno esperienza e vogliono parlare lo stesso, chi sa stare al mondo, le maestre elementari, i malati di riunioni, i malati in generale, gli infermieri con gli zoccoli, ma perché devono portare gli zoccoli?
Non sopporto i timidi, i logorroici, i finti misteriosi, i goffi, gli svampiti, gli estrosi, i vezzosi, i pazzi, i geni, gli eroi, i sicuri di sé, i silenziosi, i valorosi, i meditabondi, i presuntuosi, i maleducati, i coscienziosi, gli imprevedibili, i comprensivi, gli attenti, gli umili, gli esperti, gli appassionati, gli ampollosi, gli eterni sorpresi, gli equi, gli inconcludenti, gli ermetici, i battutisti, i cinici, i paurosi, i tracagnotti, i litigiosi, i superbi, i flemmatici, i millantatori, i preziosi, i vigorosi, i tragici, gli svogliati, gli insicuri, i dubbiosi, i disincantati, i meravigliati, i vincenti, gli avari, i dimessi, i trascurati, gli sdolcinati, i lamentosi, i lagnosi, i capricciosi, i viziati, i rumorosi, gli untuosi, i bruschi, e tutti quelli che socializzano con relativa facilità.
Non sopporto la nostalgia, la normalità, la cattiveria, l’iperattività, la bulimia, la gentilezza, la malinconia, la mestizia, l’intelligenza e la stupidità, la tracotanza, la rassegnazione, la vergogna, l’arroganza, la simpatia, il doppiogiochismo, il menefreghismo, l’abuso di potere, l’inettitudine, la sportività, la bontà d’animo, la religiosità, l’ostentazione, la curiosità e l’indifferenza, la messa in scena, la realtà, la colpa, il minimalismo, la sobrietà e l’eccesso, la genericità, la falsità, la responsabilità, la spensieratezza, l’eccitazione, la saggezza, la determinazione, l’autocompiacimento, l’irresponsabilità, la correttezza, l’aridità, la serietà e la frivolezza, la pomposità, la necessarietà, la miseria umana, la compassione, la tetraggine, la prevedibilità, l’incoscienza, la capziosità, la rapidità, l’oscurità, la negligenza, la lentezza, la medietà, la velocità, l’ineluttabilità, l’esibizionismo, l’entusiasmo, la sciatteria, la virtuosità, il dilettantismo, il professionismo, il decisionismo, l’automobilismo, l’autonomia, la dipendenza, l’eleganza e la felicità.
Non sopporto niente e nessuno.
Neanche me stesso. Soprattutto me stesso.
Solo una cosa sopporto.
La sfumatura.
(Hanno tutti ragione, di Paolo Sorrentino, Feltrinelli 2010)
(scritta all’aurora del giorno in cui ha compiuto cent’anni)
Tutto quello che non sopporto ha un nome.
Non sopporto i vecchi. La loro bava. Le loro lamentele. La loro inutilità.
Peggio ancora quando cercano di rendersi utili. La loro dipendenza.
I loro rumori. Numerosi e ripetitivi. La loro aneddottica esasperata.
La centralità dei loro racconti. Il loro disprezzo verso le generazioni successive.
Ma non sopporto neanche le generazioni successive.
Non sopporto i vecchi quando sbraitano e pretendono il posto a sedere in autobus.
Non sopporto i giovani. La loro arroganza. La loro ostentazione di forza e gioventù.
La prosopopea dell'invincibilità eroica dei giovani è patetica.
Non sopporto i giovani impertinenti che non cedono il posto ai vecchi in autobus.
Non sopporto i teppisti. Le loro risate improvvise, scosciate ed inutili.
Il loro disprezzo verso il prossimo diverso. Ancor più insopportabili i giovani buoni, responsabili e generosi. Tutto volontariato e preghiera. Tanta educazione e tanta morte. Nei loro cuori e nelle loro teste.
Non sopporto i bambini capricciosi e autoreferenziali e i loro genitori ossessivi e referenziali solo verso i bambini. Non sopporto i bambini che urlano e che piangono. E quelli silenziosi mi inquietano, dunque non li sopporto. Non sopporto i lavoratori e i disoccupati e l'ostentazione melliflua e spregiudicata della loro sfortuna divina.
Che divina non è. Solo mancanza di impegno.
Ma come sopportare quelli tutti dediti alla lotta, alla rivendicazione, al comizio facile e al sudore diffuso sotto l'ascella? Impossibile sopportarli.
Non sopporto i manager. E non c'è bisogno nemmeno di spiegare il perché. Non sopporto i piccolo borghesi, chiusi a guscio nel loro mondo stronzo. Alla guida della loro vita, la paura. La paura di tutto ciò che non rientra in quel piccolo guscio. E quindi snob, senza conoscere neanche il significato della parola. Non sopporto i fidanzati, poiché ingombrano.
Non sopporto le fidanzate, poiché intervengono.
Non sopporto quelli di ampie vedute, tolleranti e spregiudicati.
Sempre corretti. Sempre perfetti. Sempre ineccepibili.
Tutto consentito, tranne l'omicidio.
Li critichi e loro ti ringraziano della critica. Li disprezzi e loro ti ringraziano bonariamente. Insomma mettono in difficoltà.
Perché boicottano la cattiveria.
Quindi sono insopportabili.
Ti chiedono: "Come stai?" e vogliono saperlo veramente. Uno choc. Ma sotto l'interesse disinteressato, da qualche parte, covano coltellate.
Ma non sopporto neanche quelli che non ti mettono mai in difficoltà. Sempre ubbidienti e rassicuranti. Fedeli e ruffiani.
Non sopporto i giocatori di biliardo, i soprannomi, gli indecisi, i non fumatori, lo smog e l'aria buona, i rappresentanti di commercio, la pizza al taglio, i convenevoli, i cornetti con la cioccolata, i falò, gli agenti di cambio, i parati a fiori, il commercio equo e solidale, il disordine, gli ambientalisti, il senso civico, i gatti, i topi, le bevande analcoliche, le citofonate inaspettate, le telefonate lunghe, coloro che dicono che un bicchiere di vino al giorno fa bene, coloro che fingono di dimenticare il tuo nome, colore che per difendersi dicono di essere dei professionisti, i compagni di scuola che dopo trent'anni ti incontrano e ti chiamano per cognome, gli anziani che non perdono mai occasione di ricordarti che loro hanno fatto la Resistenza, i figli sprovvisti che non hanno nulla da fare e decidono di aprire una galleria d'arte, gli ex-comunisti che perdono la testa per la musica brasiliana, gli svampiti che dicono "intrigante", i modaioli che dicono "figata" e derivati, gli sdolcinati che dicono bellino carino stupendo, gli ecumenici che chiamano tutti "amore", certe bellezze che ti dicono "ti adoro", i fortunati che suonano ad orecchio, i finti disattenti che quando parli non ti ascoltano, i superiori che giudicano, le femministe, i pendolari, i dolcificanti, gli stilisti, i registi, le autoradio, i ballerini, i politici, gli scarponi da sci, gli adolescenti, i sottosegretari, le rime, i cantanti rock attempati coi jeans attillati, gli scrittori boriosi e seriosi, i parenti, i fiori, i biondi, gli inchini, le mensole, gli intellettuali, gli artisti di strada, le meduse, i maghi, i vip, gli stupratori, i pedofili, tutti i circensi, gli operatori culturali, gli assistenti sociali, i divertimenti, gli amanti degli animali, le cravatte, le risate finte, i provinciali, gli aliscafi, i collezionisti tutti, un gradino più in su quelli di orologi, tutti gli hobby, i medici, i pazienti, il jazz, la pubblicità, i costruttori, le mamme, gli spettatori di basket, tutti gli attori e tutte le attrici, la video arte, i luna park, gli sperimentalisti di tutti i tipi, le zuppe, la pittura contemporanea, gli artigiani anziani, nella loro bottega, i chitarristi dilettanti, le statue nelle piazze, il baciamano, le beauty farm, i filosofi di bell'aspetto, le piscine con troppo cloro, le alghe, i ladri, le anoressiche, le vacanze, le lettere d'amore, i preti e i chierichetti, le supposte, la musica etnica, i finti rivoluzionari, le telline, i panda, l'acne, i percussionisti, le docce con le tende, le voglie, i calli, i soprammobili, i nei, i vegetariani, i vedutisti, i cosmetici, i cantanti lirici, i parigini, i pullover a collo alto, la musica al ristorante, le feste, i meeting, le case col panorama, gli inglesismi, i neologismi, i figli di papà, i figli d'arte, i figli dei ricchi, i figli degli altri, i musei, i sindaci dei comuni, tutti gli assessori, i manifestanti, la poesia, i salumieri, i gioiellieri, gli antifurti, le catenine d'oro giallo, i leader, i gregari, le prostitute, le persone troppo basse o troppo alte, i funerali, i peli, i telefonini, la burocrazia, le installazioni, le automobili di tutte le cilindrate, i portachiavi, i cantautori, i giapponesi, i dirigenti, i razzisti e i tolleranti, i ciechi, la fòrmica, il rame, l'ottone, il bambù, i cuochi in televisione, la folla, le creme abbronzanti, le lobby, gli slang, le macchie, le mantenute, le cornucopie, i balbuzienti, i giovani vecchi e i vecchi giovani, gli snob, i radical chic, la chirurgia estetica, le tangenziali, le piante, i mocassini, i settari, i presentatori televisivi, i nobili, i fili che si attorcigliano, le vallette, i comici, i giocatori di golf, la fantascienza, i veterinari, le modelle, i rifugiati politici, gli ottusi, le spiagge bianchissime, le religioni improvvisate e i loro seguaci, le mattonelle di seconda scelta, i testardi, i critici di professione, le coppie lui giovane lei matura e viceversa, i maturi, tutte le persone col cappello, tutte le persone con gli occhiali da sole, le lampade abbronzanti, gli incendi, i braccialetti, i raccomandati, i militari, i tennisti scapestrati, i faziosi e i tifosi, i profumi da tabaccaio, i matrimoni, le barzellette, la prima comunione, i massoni, la messa, coloro che fischiano, coloro che cantano all’improvviso, i rutti, gli eroinomani, i Lions club, i cocainomani, i Rotary club, il turismo sessuale, il turismo, coloro che detestano il turismo e dicono che loro sono “viaggiatori”, coloro che parlano “per esperienza”, coloro che non hanno esperienza e vogliono parlare lo stesso, chi sa stare al mondo, le maestre elementari, i malati di riunioni, i malati in generale, gli infermieri con gli zoccoli, ma perché devono portare gli zoccoli?
Non sopporto i timidi, i logorroici, i finti misteriosi, i goffi, gli svampiti, gli estrosi, i vezzosi, i pazzi, i geni, gli eroi, i sicuri di sé, i silenziosi, i valorosi, i meditabondi, i presuntuosi, i maleducati, i coscienziosi, gli imprevedibili, i comprensivi, gli attenti, gli umili, gli esperti, gli appassionati, gli ampollosi, gli eterni sorpresi, gli equi, gli inconcludenti, gli ermetici, i battutisti, i cinici, i paurosi, i tracagnotti, i litigiosi, i superbi, i flemmatici, i millantatori, i preziosi, i vigorosi, i tragici, gli svogliati, gli insicuri, i dubbiosi, i disincantati, i meravigliati, i vincenti, gli avari, i dimessi, i trascurati, gli sdolcinati, i lamentosi, i lagnosi, i capricciosi, i viziati, i rumorosi, gli untuosi, i bruschi, e tutti quelli che socializzano con relativa facilità.
Non sopporto la nostalgia, la normalità, la cattiveria, l’iperattività, la bulimia, la gentilezza, la malinconia, la mestizia, l’intelligenza e la stupidità, la tracotanza, la rassegnazione, la vergogna, l’arroganza, la simpatia, il doppiogiochismo, il menefreghismo, l’abuso di potere, l’inettitudine, la sportività, la bontà d’animo, la religiosità, l’ostentazione, la curiosità e l’indifferenza, la messa in scena, la realtà, la colpa, il minimalismo, la sobrietà e l’eccesso, la genericità, la falsità, la responsabilità, la spensieratezza, l’eccitazione, la saggezza, la determinazione, l’autocompiacimento, l’irresponsabilità, la correttezza, l’aridità, la serietà e la frivolezza, la pomposità, la necessarietà, la miseria umana, la compassione, la tetraggine, la prevedibilità, l’incoscienza, la capziosità, la rapidità, l’oscurità, la negligenza, la lentezza, la medietà, la velocità, l’ineluttabilità, l’esibizionismo, l’entusiasmo, la sciatteria, la virtuosità, il dilettantismo, il professionismo, il decisionismo, l’automobilismo, l’autonomia, la dipendenza, l’eleganza e la felicità.
Non sopporto niente e nessuno.
Neanche me stesso. Soprattutto me stesso.
Solo una cosa sopporto.
La sfumatura.
(Hanno tutti ragione, di Paolo Sorrentino, Feltrinelli 2010)
martedì 4 ottobre 2011
FOSSATI
In piena decadenza
Le parole non hanno chance
È proprio una faccenda inquietante
Il pensiero che degenera
Facciamo un affare con Dio
Ci lasci una seconda possibilità
Se può
Questa decadenza
In mezzo a tanta oscurità
Le speranze non hanno chance
C’est la décadence
C’est la décadence
Nessuna incertezza mai più
In nome del cielo davvero mai più
Qui serve un segno di rispetto per la gente
In questa bassa marea
Serve un lampo nell’aria che si accenda
Oppure un’idea
C’est la décadence
C’est la décadence
Mi guardo a sinistra
Poi guardo verso destra
E tutto quello che ho da vedere
E’ una frontiera da attraversare con te
Facciamo un affare noi due
Ci diamo una seconda possibilità
È la sopravvivenza
È un biglietto per andare più avanti
È trovare un lavoro
È decenza
È sapere con chi stare
È la differenza
È un biglietto per andare più avanti
È trovare un lavoro
È decenza
È sapere a chi spingere davanti
C’est la décadence
In questa decadenza
Le parole non hanno chance
C’est la décadence
In questa decadenza
Le persone non hanno chance
C’est la décadence
C’est la décadence
(La Decadenza - Ivano Fossati - 2011)
Le parole non hanno chance
È proprio una faccenda inquietante
Il pensiero che degenera
Facciamo un affare con Dio
Ci lasci una seconda possibilità
Se può
Questa decadenza
In mezzo a tanta oscurità
Le speranze non hanno chance
C’est la décadence
C’est la décadence
Nessuna incertezza mai più
In nome del cielo davvero mai più
Qui serve un segno di rispetto per la gente
In questa bassa marea
Serve un lampo nell’aria che si accenda
Oppure un’idea
C’est la décadence
C’est la décadence
Mi guardo a sinistra
Poi guardo verso destra
E tutto quello che ho da vedere
E’ una frontiera da attraversare con te
Facciamo un affare noi due
Ci diamo una seconda possibilità
È la sopravvivenza
È un biglietto per andare più avanti
È trovare un lavoro
È decenza
È sapere con chi stare
È la differenza
È un biglietto per andare più avanti
È trovare un lavoro
È decenza
È sapere a chi spingere davanti
C’est la décadence
In questa decadenza
Le parole non hanno chance
C’est la décadence
In questa decadenza
Le persone non hanno chance
C’est la décadence
C’est la décadence
(La Decadenza - Ivano Fossati - 2011)
venerdì 16 settembre 2011
Il grano non muore nel pane....
COMPAGNI FRATELLI CERVI
Dedicato a papà Cervi
nel suo ottantesimo
compleanno
e alle giovanissime generazioni
d'Italia
A papà Cervi
con ammirazione
con affetto
I
Bella Emilia, splendeva
la polvere delle tue strade
che si aprono il passo fino al cuore
verde della pianura -
Ora immobili al sole, ora smarrite
nel labirinto delle vigne, dove
il campanello di una bicicletta
sembra squillare in cielo con le allodole
o sugli olmi affollati di cicale -
come splendeva, Emilia, la tua pace
il giorno che Aldo Cervi
guidò il trattore nuovo verso casa
e bastava la mano sul volante
a domare il puledro di ferro
dal muso fiammante
e il cuore prestava le sue parole
alla cieca canzone del motore :
Trattore, passa e va!
Le case si affacciavano
in cima alle cavedagne,
mandavano filari,
mandavano cani festosi e bambini
dalle voci più acute delle frecce
incontro al suo ruggito,
e un ragazzo che a scuola
le vecchie favole aveva sentito
rise : Guardate Atlante,
il gigante che regge il mondo in collo!
Perché sulla macchina alto in trono
viaggiava un mappamondo,
solenne goffo re da biblioteca
esiliato fra i campi,
e ad ogni scossa la sua rotazione
attorno ai poli mostrava
i continenti di sette colori
e gli oceani celesti, navigati
da flotte di arcipelaghi,
l'Asia, l'Europa, l'Africa,
l'America ?
alla spinta d'un dito
giravano in un vortice di trottola,
e il cane impazzito
abbaiava alla giostra,
e i bimbi gli volevano mostrare
l'Italia che bagna il piede del mare
e lì è casa nostra, noi siamo lì sotto l'unghia.
Balenò sulla sfera
il riflesso di fiamma del trattore,
si bagnarono acque e terre
in un bagliore d'incendio e di sangue.
II
Sette fratelli come sette olmi,
alti robusti come una piantata.
I poeti non sanno i loro nomi,
si sono chiusi a doppia mandata :
sul loro cuore si ammucchia la polvere
e ci vanno i pulcini a razzolare.
I libri di scuola si tappano le orecchie.
Quei sette nomi scritti con il fuoco
brucerebbero le paginette
dove dormono imbalsamate
le vecchie favolette
approvate dal ministero.
Ma tu mio popolo, tu che la polvere
ti scuoti di dosso
per camminare leggero,
tu che nel cuore lasci entrare il vento
e non temi che sbattano le imposte,
piantali nel tuo cuore
i loro nomi come sette olmi :
Gelindo,
Antenore,
Aldo,
Ovidio,
Ferdinando,
Agostino,
Ettore ?
Nessuno avrà un più bel libro di storia,
il tuo sangue sarà il loro poeta
dalle vive parole,
con te crescerà
la loro leggenda
come cresce una vigna d'Emilia
aggrappata ai suoi olmi
con i grappoli colmi
di sole.
III
La leggenda dirà della mano,
grossa mano contadina,
che ogni sera in cucina a un lume di lucerna
fece sul mappamondo il suo viaggio
cercando fraterna
altre mani, altre genti;
dirà degli occhi fermi
che videro città gonfie di vita
e giardini e feste
dove toccavano caute le dita
sabbie di deserti,
mistero di foreste;
dirà di sette fratelli,
fratelli a tutta la terra,
che sognarono un mondo senza fame,
senza guerra, senza paura.
Ai quattro venti, fuori, la pianura
spalancava le braccia nel buio,
su tutta Italia era notte e paura,
ma, nella stanza, intrepida una voce
parlava col domani :
Un giorno sarà
tutta la terra di un solo colore,
il colore della libertà.
D'un ceppo la vampa
nel vasto focolare
ancora un lampo di sangue strappò
sulla piccola terra,
ed un'ombra più lunga l'ingoiò.
IV
La leggenda dirà che lunga notte,
Italia, fu la tua,
rotta dal canto ubriaco del fascista?
Cara patria, terra avara,
non era la tua voce che cantava
la sconcia canzone:
essa tremava nelle nostre gole,
pianto e maledizione,
quanto tu ci mandavi per il mondo
a seminare paesi e città
perché di terra nostra
non avevamo da riempire il pugno ;
e quando morivamo abbandonati
sull'orlo delle trincee
tu non eri la bandiera usurpata
di tante stolte guerre,
ma il pianto oscuro della madre ignara,
non eri il proclama del generale
ma la nenia, il lutto degli alpini
che vanno alla guerra,
la meglio gioventù che va sotto terra.
Tu non hai mai parlato dai balconi
dei palazzi pieni di boria,
tu disertavi le adunate imperiali,
battevi con le nocche insanguinate
i muri delle prigioni,
sibillavi in segreto la tua storia,
eri la penna che graffiò paziente
i quaderni di Antonio Gramsci,
il giornale proibito, il volantino
di cui ogni parola era pagata
con un anno di galera ;
sei cresciuta nelle officine,
nelle grige periferie,
nella stalla del contadino.
Italia, tu vivevi
nella casa di Fraticello,
seduta al focolare dei Cervi,
non padrona né schiava
ma sorella e compagna
di fatica e d'amore.
E quando lo stivale straniero
calcò il tuo cuore
e infangò le tue strade,
la tua bandiera sventolò sui monti,
vegliò ai fuochi fumosi delle baite,
viaggiò segreta nella bicicletta
del gappista, brillò nei suoi occhi d'acciaio,
e i tuoi sette fratelli,
i tuoi sette Cervi dal limpido cuore
furono i tuoi sette fucili,
per colpire ti diedero gli artigli :
"I cani ci chiamano banditi,
ma il popolo conosce i suoi figli"
V
La leggenda dirà
di una casa emiliana
che materna abbracciò coi suoi muri
il fuggitivo braccato dai cani,
e per l'inglese, il russo prigioniero
impastò il pane con tenere mani,
e vegliò il lor sonno.
Il cuore non conosce frontiere,
per donarsi non chiede passaporti.
A te, a te aviatore americano
delle tue bombe non ti chiese conto,
gettate sulle nostre città sui nostri morti,
ma fasciò la tua ferita.
La tua vita, nel Texas, nel Nevada,
fu comprata con la vita
di sette comunisti,
e la loro casa fu bruciata,
la loro madre uccisa dal dolore
perché tua madre non dovesse piangere.
VI
La leggenda dirà
dell'ultima battaglia :
dove cantò la cicala
abbaia la mitraglia.
Una muta di cani
la notte ha circondata,
il fumo lecca i muri
della casa incendiata.
Ma quando li portarono
alla crudele morte,
non eri tu, fucile,
il più fermo, il più forte.
Nella nebbia dell'alba
si nascosero i cani,
e chiusero gli occhi
per non vedersi le mani.
Negli occhi dei sette Cervi
l'aurora si specchiò,
dagli occhi fucilati
il sole si levò.
Vecchio, tenero padre,
olmo dai sette rami,
nella vuota prigione
per nome ancora li chiami,
e a notte fra le sbarre
fin dove soffia il vento
intatte vedi splendere
sette stelle d'argento.
Sette stelle dell'Orsa
come sette sorelle.
I cani non potranno
fucilare le stelle.
VII
Vecchio nodoso come un olmo antico,
pianta potata dai miei sette rami,
che dura scorza gli anni e il nemico
hanno fatto al mio volto, alle mie mani.
I Cervi, è buona terra : ara, nemico,
affonda il vomero nelle mie carni,
coi pugnali dell'erpice colpisci:
morte puoi darmi, male non puoi farmi.
E' buona terra questa carne antica.
mieti, nemico, le mie sette spighe :
il grano non muore nel pane,
non sono morti i miei sette figli
che hanno dato la vita alla vita.
In tutto ciò che vive sono vivi,
in tutto ciò che spera sono vivi,
in tutto ciò che soffre e lotta vive
i miei figli per sempre sono vivi.
VIII
Li hanno veduti su tutti i fronti?
E quando irresistibile, fiorita
di rossi fazzoletti partigiani
la primavera dirupò dai monti
a rendere la patria agli italiani
Erano il canto più ardito, la lagrima
più stellante di gioia,
i colori più belli dell'aprile
i compagni fratelli Cervi?
Li hanno visti nel Sud
vestito di nero e di sole
quando uscì dalle grotte di Matera
una valanga umana a conquistare
la patria e la terra ; uomini, donne,
bimbi arruffati e puri negli stracci,
e gli animali dall'occhio fraterno,
cavalli, asini, muli,
e le bandiere e i santi paesani
sui ricamati stendardi,
tutti quel giorno, Italia, ti baciarono,
ti tolsero gli spini con mano amorosa.
C'erano, c'erano i Cervi a Melissa,
anche di loro la terra fu rossa,
e sul primo trattore
che la vittoria si scavò tra i cardi.
alto su tutti gli sguardi
C'era il mio Aldo, e fu il suo canto un tuono :
Bandiera di libertà,
trattore passa e va!
E li hanno visti a Modena, un mattino
d'inverno che ai cancelli
delle Fonderie Riunite
chi chiedeva lavoro ebbe piombo :
a Reggio Emilia, quando ci destò
l'indomabile rombo del "fischione",
e i nostri bimbi piangevano
di nascosto dal padre
battuto per le strade,
e l'inverno fu duro, ma a Natale
il loro albero crebbe favoloso
tra le macchine salvate,
nero presepe fu la fonderia
dell'Erre Sessanta,
e un canto di vittoria
cantarono angeli in tuta turchina
con le ali macchiate di grasso :
Bandiera di pace
e di libertà,
trattore, passa e va!
Dove la pianta uomo non si umilia,
ma di tutto il suo sangue
fu una bandiera accesa di coraggio,
là sono vivi i miei figli,
a Genova, nel porto conteso :
oggi la prima linea
passa tra le banchine,
sui moli si tende
il reticolato,
la trincea è scavata nelle case
dove non c'è più pane
ma non entra viltà?
I sette Cervi scendono con voi
sulle piazze d'Italia quando scoppia
come un uragano di speranza
la parola della classe operaia?
Stretti con voi nei banchi di scuola,
con voi si macchiano il dito di inchiostro,
Scrivete : Italia? E' il loro nome, e il vostro.
Sgranate gli occhi limpidi
sul mappamondo, fragile giocattolo
fatto per un festoso girotondo,
ed essi, guidano la vostra mano
di frontiera in frontiera
a cercare i fratelli
sconosciuti e vicini,
e segnano per voi
nel cuore delle genti
la strada della pace,
e vi dicono : Un giorno
la terra conoscerà
un solo colore,
quello della felicità.
Allora sarà vostra
Come una palla, come una trottola.
Come il cuore che vi fa vivi e buoni.
La prenderete allegri sulle spalle.
Vi presteremo noi la vostra forza
che non conosce nemici :
perché voi siete degli olmi nuovi
e noi siamo le vostre radici.
Gianni Rodari
Reggio Emilia 8 maggio 1955
Dedicato a papà Cervi
nel suo ottantesimo
compleanno
e alle giovanissime generazioni
d'Italia
A papà Cervi
con ammirazione
con affetto
I
Bella Emilia, splendeva
la polvere delle tue strade
che si aprono il passo fino al cuore
verde della pianura -
Ora immobili al sole, ora smarrite
nel labirinto delle vigne, dove
il campanello di una bicicletta
sembra squillare in cielo con le allodole
o sugli olmi affollati di cicale -
come splendeva, Emilia, la tua pace
il giorno che Aldo Cervi
guidò il trattore nuovo verso casa
e bastava la mano sul volante
a domare il puledro di ferro
dal muso fiammante
e il cuore prestava le sue parole
alla cieca canzone del motore :
Trattore, passa e va!
Le case si affacciavano
in cima alle cavedagne,
mandavano filari,
mandavano cani festosi e bambini
dalle voci più acute delle frecce
incontro al suo ruggito,
e un ragazzo che a scuola
le vecchie favole aveva sentito
rise : Guardate Atlante,
il gigante che regge il mondo in collo!
Perché sulla macchina alto in trono
viaggiava un mappamondo,
solenne goffo re da biblioteca
esiliato fra i campi,
e ad ogni scossa la sua rotazione
attorno ai poli mostrava
i continenti di sette colori
e gli oceani celesti, navigati
da flotte di arcipelaghi,
l'Asia, l'Europa, l'Africa,
l'America ?
alla spinta d'un dito
giravano in un vortice di trottola,
e il cane impazzito
abbaiava alla giostra,
e i bimbi gli volevano mostrare
l'Italia che bagna il piede del mare
e lì è casa nostra, noi siamo lì sotto l'unghia.
Balenò sulla sfera
il riflesso di fiamma del trattore,
si bagnarono acque e terre
in un bagliore d'incendio e di sangue.
II
Sette fratelli come sette olmi,
alti robusti come una piantata.
I poeti non sanno i loro nomi,
si sono chiusi a doppia mandata :
sul loro cuore si ammucchia la polvere
e ci vanno i pulcini a razzolare.
I libri di scuola si tappano le orecchie.
Quei sette nomi scritti con il fuoco
brucerebbero le paginette
dove dormono imbalsamate
le vecchie favolette
approvate dal ministero.
Ma tu mio popolo, tu che la polvere
ti scuoti di dosso
per camminare leggero,
tu che nel cuore lasci entrare il vento
e non temi che sbattano le imposte,
piantali nel tuo cuore
i loro nomi come sette olmi :
Gelindo,
Antenore,
Aldo,
Ovidio,
Ferdinando,
Agostino,
Ettore ?
Nessuno avrà un più bel libro di storia,
il tuo sangue sarà il loro poeta
dalle vive parole,
con te crescerà
la loro leggenda
come cresce una vigna d'Emilia
aggrappata ai suoi olmi
con i grappoli colmi
di sole.
III
La leggenda dirà della mano,
grossa mano contadina,
che ogni sera in cucina a un lume di lucerna
fece sul mappamondo il suo viaggio
cercando fraterna
altre mani, altre genti;
dirà degli occhi fermi
che videro città gonfie di vita
e giardini e feste
dove toccavano caute le dita
sabbie di deserti,
mistero di foreste;
dirà di sette fratelli,
fratelli a tutta la terra,
che sognarono un mondo senza fame,
senza guerra, senza paura.
Ai quattro venti, fuori, la pianura
spalancava le braccia nel buio,
su tutta Italia era notte e paura,
ma, nella stanza, intrepida una voce
parlava col domani :
Un giorno sarà
tutta la terra di un solo colore,
il colore della libertà.
D'un ceppo la vampa
nel vasto focolare
ancora un lampo di sangue strappò
sulla piccola terra,
ed un'ombra più lunga l'ingoiò.
IV
La leggenda dirà che lunga notte,
Italia, fu la tua,
rotta dal canto ubriaco del fascista?
Cara patria, terra avara,
non era la tua voce che cantava
la sconcia canzone:
essa tremava nelle nostre gole,
pianto e maledizione,
quanto tu ci mandavi per il mondo
a seminare paesi e città
perché di terra nostra
non avevamo da riempire il pugno ;
e quando morivamo abbandonati
sull'orlo delle trincee
tu non eri la bandiera usurpata
di tante stolte guerre,
ma il pianto oscuro della madre ignara,
non eri il proclama del generale
ma la nenia, il lutto degli alpini
che vanno alla guerra,
la meglio gioventù che va sotto terra.
Tu non hai mai parlato dai balconi
dei palazzi pieni di boria,
tu disertavi le adunate imperiali,
battevi con le nocche insanguinate
i muri delle prigioni,
sibillavi in segreto la tua storia,
eri la penna che graffiò paziente
i quaderni di Antonio Gramsci,
il giornale proibito, il volantino
di cui ogni parola era pagata
con un anno di galera ;
sei cresciuta nelle officine,
nelle grige periferie,
nella stalla del contadino.
Italia, tu vivevi
nella casa di Fraticello,
seduta al focolare dei Cervi,
non padrona né schiava
ma sorella e compagna
di fatica e d'amore.
E quando lo stivale straniero
calcò il tuo cuore
e infangò le tue strade,
la tua bandiera sventolò sui monti,
vegliò ai fuochi fumosi delle baite,
viaggiò segreta nella bicicletta
del gappista, brillò nei suoi occhi d'acciaio,
e i tuoi sette fratelli,
i tuoi sette Cervi dal limpido cuore
furono i tuoi sette fucili,
per colpire ti diedero gli artigli :
"I cani ci chiamano banditi,
ma il popolo conosce i suoi figli"
V
La leggenda dirà
di una casa emiliana
che materna abbracciò coi suoi muri
il fuggitivo braccato dai cani,
e per l'inglese, il russo prigioniero
impastò il pane con tenere mani,
e vegliò il lor sonno.
Il cuore non conosce frontiere,
per donarsi non chiede passaporti.
A te, a te aviatore americano
delle tue bombe non ti chiese conto,
gettate sulle nostre città sui nostri morti,
ma fasciò la tua ferita.
La tua vita, nel Texas, nel Nevada,
fu comprata con la vita
di sette comunisti,
e la loro casa fu bruciata,
la loro madre uccisa dal dolore
perché tua madre non dovesse piangere.
VI
La leggenda dirà
dell'ultima battaglia :
dove cantò la cicala
abbaia la mitraglia.
Una muta di cani
la notte ha circondata,
il fumo lecca i muri
della casa incendiata.
Ma quando li portarono
alla crudele morte,
non eri tu, fucile,
il più fermo, il più forte.
Nella nebbia dell'alba
si nascosero i cani,
e chiusero gli occhi
per non vedersi le mani.
Negli occhi dei sette Cervi
l'aurora si specchiò,
dagli occhi fucilati
il sole si levò.
Vecchio, tenero padre,
olmo dai sette rami,
nella vuota prigione
per nome ancora li chiami,
e a notte fra le sbarre
fin dove soffia il vento
intatte vedi splendere
sette stelle d'argento.
Sette stelle dell'Orsa
come sette sorelle.
I cani non potranno
fucilare le stelle.
VII
Vecchio nodoso come un olmo antico,
pianta potata dai miei sette rami,
che dura scorza gli anni e il nemico
hanno fatto al mio volto, alle mie mani.
I Cervi, è buona terra : ara, nemico,
affonda il vomero nelle mie carni,
coi pugnali dell'erpice colpisci:
morte puoi darmi, male non puoi farmi.
E' buona terra questa carne antica.
mieti, nemico, le mie sette spighe :
il grano non muore nel pane,
non sono morti i miei sette figli
che hanno dato la vita alla vita.
In tutto ciò che vive sono vivi,
in tutto ciò che spera sono vivi,
in tutto ciò che soffre e lotta vive
i miei figli per sempre sono vivi.
VIII
Li hanno veduti su tutti i fronti?
E quando irresistibile, fiorita
di rossi fazzoletti partigiani
la primavera dirupò dai monti
a rendere la patria agli italiani
Erano il canto più ardito, la lagrima
più stellante di gioia,
i colori più belli dell'aprile
i compagni fratelli Cervi?
Li hanno visti nel Sud
vestito di nero e di sole
quando uscì dalle grotte di Matera
una valanga umana a conquistare
la patria e la terra ; uomini, donne,
bimbi arruffati e puri negli stracci,
e gli animali dall'occhio fraterno,
cavalli, asini, muli,
e le bandiere e i santi paesani
sui ricamati stendardi,
tutti quel giorno, Italia, ti baciarono,
ti tolsero gli spini con mano amorosa.
C'erano, c'erano i Cervi a Melissa,
anche di loro la terra fu rossa,
e sul primo trattore
che la vittoria si scavò tra i cardi.
alto su tutti gli sguardi
C'era il mio Aldo, e fu il suo canto un tuono :
Bandiera di libertà,
trattore passa e va!
E li hanno visti a Modena, un mattino
d'inverno che ai cancelli
delle Fonderie Riunite
chi chiedeva lavoro ebbe piombo :
a Reggio Emilia, quando ci destò
l'indomabile rombo del "fischione",
e i nostri bimbi piangevano
di nascosto dal padre
battuto per le strade,
e l'inverno fu duro, ma a Natale
il loro albero crebbe favoloso
tra le macchine salvate,
nero presepe fu la fonderia
dell'Erre Sessanta,
e un canto di vittoria
cantarono angeli in tuta turchina
con le ali macchiate di grasso :
Bandiera di pace
e di libertà,
trattore, passa e va!
Dove la pianta uomo non si umilia,
ma di tutto il suo sangue
fu una bandiera accesa di coraggio,
là sono vivi i miei figli,
a Genova, nel porto conteso :
oggi la prima linea
passa tra le banchine,
sui moli si tende
il reticolato,
la trincea è scavata nelle case
dove non c'è più pane
ma non entra viltà?
I sette Cervi scendono con voi
sulle piazze d'Italia quando scoppia
come un uragano di speranza
la parola della classe operaia?
Stretti con voi nei banchi di scuola,
con voi si macchiano il dito di inchiostro,
Scrivete : Italia? E' il loro nome, e il vostro.
Sgranate gli occhi limpidi
sul mappamondo, fragile giocattolo
fatto per un festoso girotondo,
ed essi, guidano la vostra mano
di frontiera in frontiera
a cercare i fratelli
sconosciuti e vicini,
e segnano per voi
nel cuore delle genti
la strada della pace,
e vi dicono : Un giorno
la terra conoscerà
un solo colore,
quello della felicità.
Allora sarà vostra
Come una palla, come una trottola.
Come il cuore che vi fa vivi e buoni.
La prenderete allegri sulle spalle.
Vi presteremo noi la vostra forza
che non conosce nemici :
perché voi siete degli olmi nuovi
e noi siamo le vostre radici.
Gianni Rodari
Reggio Emilia 8 maggio 1955
giovedì 15 settembre 2011
da "L'AMACA" di Michele Serra 15/09/2011
Ho visto Angelino Alfano a “Ballarò”, l’ho visto difendere stre- nuamente il suo indifendibile capo, parlarne come da vivo, fingere (o credere davvero) che non si stia facendo i conti, tut- ti quanti assieme,con un uomo disarcionato dal proprio destino,deriso nel mondo, e ormai spregiato più che odiato dalla maggioranza dei suoi concittadini. Mi sono chiesto (e non ho trovato risposta) quali moti dell’animo, quali calcoli, quali speranze possano animare uno stato maggiore che ha come leader un uomo bruciato dagli eventi, e soprattutto da se stesso. Fedeltà? Tracotanza? Cecità? Coerenza? Interessi personali? Generosità umana? La nobiltà dello scudiero che non tradisce o l’ignobiltà del servo che rimane attaccato al padrone finché può ricavarne qualche agio e qualche protezione? Giuro che non lo so, né credo che lo sappiano gli stessi protagonisti, perché l’animo umano è complicato e la storia ne dispone spesso con molta brutalità. Certo è, però, che sentendoli parlare come se niente fosse della prossima candidatura di Berlusconi alle elezioni, viene voglia di scuoterli delicatamente per le spalle, come si fa con i sonnambuli e le persone in deliquio, e dire loro: «Si svegli! La prego, signore, si svegli. Prenda una boccata d’aria, guardi dalla finestra, faccia due passi. E ricominci a vivere in mezzo a noi».
Michele Serra
giovedì 8 settembre 2011
Il succo della Storia fin qui.....
Al principio fu creato l’Universo.
Questo fatto ha sconcertato non poche persone ed è stato considerato dai più come una cattiva mossa. Numerose razze sono convinte che l’Universo sia stato creato da una specie di dio.
Gli Jatravartid di Viltvodle VI credono invece che il cosmo sia nato dallo starnuto di un essere chiamato il Grande Ciaparche Verde.
Gli Jatravartid, che vivono nel costante timore del giorno in cui ci sarà l’Avvento del Grande Fazzoletto da Naso Bianco, sono piccole creature azzurre fornite ciascuna di cinquanta braccia, ragion per cui sono stati gli unici, nella storia delle razze intelligenti, ad avere inventato il deodorante per ascelle prima della ruota.
La Teoria del Grande Ciaparche Verde non ha avuto comunque molto successo al di fuori di Viltvodle VI, perciò la ricerca di altre ipotesi che spiegassero la bizzarria dell’Universo è sempre stata costante.
(Douglas Adams - Ristorante al termine dell'Universo)
Questo fatto ha sconcertato non poche persone ed è stato considerato dai più come una cattiva mossa. Numerose razze sono convinte che l’Universo sia stato creato da una specie di dio.
Gli Jatravartid di Viltvodle VI credono invece che il cosmo sia nato dallo starnuto di un essere chiamato il Grande Ciaparche Verde.
Gli Jatravartid, che vivono nel costante timore del giorno in cui ci sarà l’Avvento del Grande Fazzoletto da Naso Bianco, sono piccole creature azzurre fornite ciascuna di cinquanta braccia, ragion per cui sono stati gli unici, nella storia delle razze intelligenti, ad avere inventato il deodorante per ascelle prima della ruota.
La Teoria del Grande Ciaparche Verde non ha avuto comunque molto successo al di fuori di Viltvodle VI, perciò la ricerca di altre ipotesi che spiegassero la bizzarria dell’Universo è sempre stata costante.
(Douglas Adams - Ristorante al termine dell'Universo)
mercoledì 15 giugno 2011
Paese d'ottobre - Ray Bradbury (1955)
... paese dell'anno che volge sempre alla fine. Paese con alture di caligine e fiumi di foschia; dove i meriggi fuggono, i vespri e gli albori indugiano e le notti rimangono. Paese fatto più che altro di cantine, cellieri, carbonaie, soffitte, credenze, sgabuzzini, tutti sul lato opposto al sole. Paese di gente autunnale, con pensieri soltanto autunnali, il cui passo di notte sui marciapiedi ha suono di pioggia...
mercoledì 18 maggio 2011
Prefazione a "Il Pasto Nudo" Di William Burroughs
Totalitarismo, capitalismo, tirannia psichiatrica,
razzismo antiomosessuale, guerra nucleare,
tossicodipendenza, lavaggio mentale, tecnologia quasi
fantascientifica al potere: in realtà sono questi i veri
protagonisti di tutti i libri di Burroughs e soprattutto di
questo Pasto Nudo, scritto in un momento in cui
totalitarismo, lavaggio mentale, tecnologia e guerra
nucleare incombevano sull'America di Joseph McCarthy
e di Eisenhower e un minuscolo gruppo di dissidenti
destinati a diventare una piccola maggioranza che
avrebbe cambiato la faccia della gioventù americana
affrontò il compito sovrumano di proporre un nuovo stile
di politica e di vita.
Il materiale che costituisce il libro, appunti e lettere,
racconti e schizzi, Burroughs cominciò a scriverlo a
Tangeri nel dicembre 1953; e il materiale continuò ad
accumularsi per quattro anni mentre Burroughs
continuava a sperimentare ogni tipo di droga, ma era
soprattutto dipendente dall'eroina: così dipendente che
nel 1957 si decise ad andare a Londra a farsi
disintossicare con l'apomorfina nella clinica del Dr. John
Yerbury Dent. Fu al ritorno da Londra che si mise a
riordinare il materiale accumulato in quegli anni: Jack
Kerouac e Alien Ginsberg, che erano venuti a trovarlo a
Tangeri con Peter Orlovsky, lo aiutarono e Kerouac
batté il manoscritto a macchina e trovò il titolo, The
Naked Lunch. Più tardi Burroughs scrisse
nell'introduzione al libro che non aveva capito il
significato del titolo fino alla sua guarigione; poi capì
che «Pasto Nudo» è «un attimo congelato quando
ognuno vede cosa c'è sulla punta di una forchetta».
La cura dell'apomorfina, che lo liberò per sempre da
quindici anni di tossicodipendenza, fu il sesto tentativo
che fece: tra il 1950 e il 1952 aveva tentato inutilmente
cinque volte di disintossicarsi continuando in realtà a
prendere eroina, morfina, oppio, nembutal, codeina,
benzedrina, peyotl e ogni tipo di alcool. Aveva
cominciato con la morfina a New York, quando vi si
stabilì alla fine del 1942, a 28 anni (è nato il 5 febbraio
1914 a St. Louis, nel Missouri); o forse poco dopo. Erano
gli anni che Burroughs viveva con Kerouac, la futura
moglie Joan Vollmer Adams e Edie Parker futura moglie
di Kerouac, facendo esperimenti con la benzedrina e i
barbiturici: Kerouac e Burroughs si erano conosciuti per
il tramite di Ginsberg e vissero insieme fino al luglio
1945, mentre Burroughs si faceva psicanalizzare dal Dr.
Paul Federn e poi dal Dr. Louis Wolberg specialista di
ipnoanalisi analizzando poi a sua volta Ginsberg cinque
volte alla settimana per un'ora e Kerouac molto più di
rado. In quei mesi Burroughs e Kerouac scrissero
insieme il lungo racconto And The Hyppos Were Boiled
in Their Tanks e la poesia Yes; poi Joan divorziò dal
marito reduce dal fronte e sposò Burroughs stabilendosi
con lui nel Texas, in una fattoria vicino a New Waverly, a
un'ottantina di chilometri da Houston, dove
cominciarono a coltivare marijuana e a ricevere visite
degli amici di New York. Nel 1947 andarono a trovarli
Ginsberg e Cassady allora strettamente vicini, mentre
già vi si trovava Herbert Huncke, un altro protagonista
della saga dei cosiddetti Beat; poi nacque il figlio di
Burroughs e nel settembre Cassady si separò da
Ginsberg e accompagnò Burroughs a New York.
Ma l'anno dopo Burroughs, dopo aver scritto a
Ginsberg formulando la sua teoria sul fattualismo, lasciò
di nuovo New York, questa volta andandosi a stabilire sul
Mississippi a Algiers, vicino a New Orleans, subito
raggiunto, nel gennaio 1949, da Kerouac e Cassady.
Rimase ad Algiers fino alla fine dell'estate, poi si spostò
in Messico (con una borsa di studio dopo 5 mesi di vita
militare a Goldspring, Texas, per studiare i dialetti
locali), di nuovo raggiunto da Kerouac; più o meno
allora scrisse Junkie, ispirato alle sue esperienze di
tossicomane e ancora scritto in uno stile «facile».
Ma in Messico, il 7 settembre 1951, in un terribile
incidente Burroughs uccise con un colpo di revolver la
moglie; nell'inverno 1952 lasciò il Messico per sempre e
andò a Tangeri e di lì nel gennaio 1953 nell'America
Centrale e nell'America del Sud scrivendo a Ginsberg le
lettere che poi avrebbero costituito la raccolta The Yage
Letters (che sarebbero uscite per la City Lights nel 1963)
e rimanendovi fino all'autunno del 1953, quando ritornò
a New York con una valigia piena di yage e si legò
strettamente a Ginsberg.
Intanto, nell'aprile 1952, Ginsberg aveva fatto
accettare Junkie dalle edizioni Ace Books, di cui era
proprietario A.A. Wyn, zio di Carl Solomon, altro
protagonista della saga Beat; il libro uscì nel 1953 in
100.000 copie, con un'introduzione di Solomon, insieme
a un romanzo di un ex agente della Squadra Narcotici,
Maurice Helbrant: Burroughs lo firmò con lo
pseudonimo dì William Lee dal nome della madre e, nel
dicembre, si trasferì a Tangeri, dove, a Villa Munirìa o
Delirium e poi nel quartiere indigeno, cominciò a
scrivere i testi che avrebbero costituito The Naked Lunch
e dove incontrò Brion Gysin che poi nel 1958 avrebbe
ritrovato a Parigi e col quale elaborò nel 1959 il Cut-up
Manifesto, pubblicando per la Two Cities Press il volume
Minutes to Go.
The Naked Lunch fu dunque scritto tra il dicembre
1953 e il 1957. Nell'intervista pubblicata dalla «Paris
Review» nell'autunno 1965, Burroughs disse: «Il libro fu
scritto soprattutto a Tangeri, dopo che ero stato curato
dal Dr. Dent a Londra nel 1957. Ritornai a Tangeri e
cominciai a lavorare su un mucchio di appunti che avevo
raccolto in molti anni. La maggior parte del libro fu
scritto allora. Andai a Parigi verso il 1959 e avevo un
gran mucchio di manoscritti. Girodias se ne interessò e
mi chiese se potevo preparargli il libro in due settimane.
Questo è il periodo al quale si riferisce Brion Gysin
quando dice che dai manoscritti raccolti in molti anni
misi insieme ciò che diventò un libro da un migliaio di
pagine».
Girodias, che aveva respinto l'anno precedente una
prima versione del libro, gli fece chiedere la nuova
versione da Sinclair Beiles e effettivamente lo pubblicò a
Parigi nel 1959 per la sua Olympia Press (il 20
novembre 1962 sarebbe uscita a New York l'edizione
della Grave Press).
Dire che il libro esplose come una bomba è dir poco,
il pubblico esoterico ne aveva letto qualche brano, col
titolo Ten Episodes from Naked Lunch sul primo numero
della rivista «Big Table» di Chicago, nella primavera
1959: da pagina 79 a pagina 137, 58 pagine che
circolarono nello sbalordito rispetto di quelli che
avevano letto nella dedica allo Howl di Ginsberg la
definizione: «Un romanzo sconfinato che farà perdere a
tutti la testa». Ma il clamore in America si alzò quando
uscì l'edizione americana della Grove Press. Mary
McCarthy scrisse subito sul «New York Review of Books»
(nel 1963) una recensione che diventò famosa e l'articolo
aiutò molto ad affermare la reputazione di Burroughs
fuori delle accuse di pornografia, anche se in realtà la
McCarthy lo scrisse soprattutto per buttare sabbia
sull'entusiasmo che le era stato attribuito esagerando un
suo intervento al Convegno Internazionale di Scrittori di
Edimburgo del 1962, quando, riferì poi la McCarthy,
disse «che ripensando ai romanzi usciti negli ultimi anni
ero stata colpita dal fatto che gli unici che oltre a
procurarmi piacere mi avevano interessata erano stati
quelli di Burroughs e di Nabokov».
A quello stesso convegno di Edimburgo era presente
Norman Mailer e anche lui parlò con grande favore sia
del libro che dell'autore, che aveva già letto sull'estratto
di «Big Table», definendolo in quell'occasione: «L'unico
romanziere americano vivente che si possa considerare
dotato di genio». A Edimburgo ripeté la sua solidarietà
col romanzo dicendo che era il più importante tra quelli
contemporanei usciti in America; e questo era il clima
che accolse il libro quando poco dopo uscì l'edizione
americana della Grove Press, subito recensita
ampiamente, lodata con entusiasmo e accettata come
opera di importanza fondamentale.
E subito colpita dai processi per oscenità,
naturalmente. Credo che i primi cominciarono a Los
Angeles e a Boston; in molte altre città i librai vennero
infastiditi dalla polizia perché vendevano il libro. Il
processo che diventò un caso letterario fu quello di
Boston, perché l'avvocato difensore Edward Dr. Grazia
chiamò a testimoniare Norman Mailer, Alien Ginsberg e
John Ciardi, le cui tre testimonianze furono così
interessanti che a volte sono state in parte incluse nelle
nuove edizioni del Naked Lunch. La più famosa è quella
di Norman Mailer che alla domanda della Corte relativa
al significato del libro rispose: «Per me questo è un
semplice ritratto dell'Inferno. È esattamente l'Inferno».
Quel giorno davanti ai giudici Mailer disse anche:
«Secondo la mia opinione Burroughs — qualunque possa
essere la sua intenzione conscia — è uno scrittore
religioso. In Naked Lunch c'è un senso della distruzione
dell'anima più intenso di quello che ho trovato in
qualunque altro romanzo moderno. È una visione di
come l'umanità agirebbe se fosse completamente
separata dall'eternità. Ciò che dà a questa visione una
chiarezza da mitragliatrice è la completa mancanza di
sentimentalismo. L'espressione del sentimentalismo nelle
questioni religiose si manifesta di solito come una specie
di pietà alla saccarina che rivolta qualunque idea di
sentimento religioso in tutti coloro che sono sensibili,
discriminanti o profondi. Burroughs evita perfino la
possibilità di questo sentimentalismo (che naturalmente
distruggerebbe il valore della sua opera) usando un
vocabolario stringente e mordente in una serie di
avvenimenti precisi e orribili, una specie di humour da
forca che è l'ultimo orgoglio di un uomo sconfitto,
l'orgoglio che ha l'uomo sconfitto di non avere almeno
perduto la sua amarezza».
Mailer parla anche dello humour nero di Burroughs;
e del suo humour parla Mary McCarthy. «Lo humour di
Burroughs», dice la McCarthy, «è uno humour
tipicamente americano, insieme crudo e furbo, è lo
humour di un attore di varietà che recita da solo sulla
scena davanti al sipario infiammabile di un vecchio
teatro trasformato in cinema... A volte gli scherzi
rivelano uno humour nero (il Dr. Benway nel suo ultimo
travestimento dice con voce languida e sognante:
Cancro, mio primo amore). Altri sono come puri numeri
di cabaret, come per i danzatori Clemm e Joddy assunti
dai Russi per screditare gli Americani all'estero... Una
buffonata di questo genere può raggiungere la frenesia
come in un film dei Marx Brothers... Questa confusione,
questo baccano d'inferno è uno degli effetti preferiti di
Burroughs ed equivale alla vecchia finale del vaudeville,
con la comparsa in scena degli acrobati, dei giocolieri,
degli illusionisti, dei danzatori, della donna tagliata a
pezzi, il pianista, i clowns che fanno le capriole e si
schiacciano per entrare nella festa».
Questa descrizione di Naked Lunch come un circo,
che a Burroughs piacque e piace tuttora molto, queste
illusioni allo humour nero che è certamente una delle
grosse componenti della poetica di Burroughs, non sono
le sole indicazioni proposte dalla McCarthy: nel corso
dell'articolo dice: «È questo il primo romanzo
interspaziale, la prima opera seria di fantascienza: le
altre erano solo dei giochetti». Ma la sua insistenza va
all'immagine del circo: «L'immagine che questo libro,
coi suoi acrobati che eseguono i loro numeri sessuali sul
trapezio volante, la sua forma circolare, evoca è quella
del circo. Un circo viaggia, ma è sempre identico a se
stesso e traduce bene la visione inorridita che Burroughs
ha della vita contemporanea».
Quando la McCarthy accenna all'automatizzazione
che deriva dalla tossicomania sfiora un altro tasto
importante, forse il più importante di tutti nel libro di
Burroughs: «Il Barnum dello spettacolo è uno che guida
le folle sotto travestimenti e maschere diverse. La
regolamentazione, come la droga, ed è Burroughs a
sottolinearlo, non può condurre che a una
regolamentazione ancor più rigorosa, e il circolo vizioso
della malattia si allarga e si riproduce, trascinando con
sé conseguenze politiche e sociali importanti... Tutto è
automatizzato».
Se invece di usare la parola «regolamentazione»
usiamo la parola «controllo» entriamo nel cuore del
dramma poetico e esistenziale di Burroughs. Il controllo
esercitato dal potere — tutti i poteri — sull'uomo è per
lui una specie di ossessione: come dice Bruce Cook
Burroughs vede la minaccia del controllo, vede «i diavoli
sotto ogni letto e le cospirazioni dietro ogni
dichiarazione ufficiale»: il controllo è quello della superautorità
e del totalitarismo che sta serrando tutta
l'America ma anche tutto il mondo.
Non per niente il suo personaggio più famoso e
ricorrente in molti suoi libri è il Dr. Benway, un
personaggio che immaginò nel 1938 quando era andato
a vivere a New York dopo sei mesi trascorsi in Europa in
parte viaggiando e in parte seguendo un corso di
medicina all'Università di Vienna. A New York aveva
ritrovato un antico compagno di liceo, Kell Elvins, e con
lui aveva scritto Gave Proof Through the Night che poi,
dopo averlo elaborato con Brion Gysin, avrebbe
pubblicato in Minutes to Go e poi utilizzato in Nova
Express: fu allora che nacque il Dr. Benway, la cui
figura volteggia come un acrobata da un episodio
all'altro del Naked Lunch. La sua presentazione per una
volta è esplicita senza allusioni: «Il Dr. Benway è stato
chiamato come consulente presso la Repubblica della
Libertà, un luogo consacrato al libero amore e ai bagni
continuati... Benway è un manipolatore e coordinatore di
sistemi di simboli, un esperto di tutti gli aspetti
dell'interrogatorio, del lavaggio del cervello e del
controllo... A Annexia il suo incarico era
Demoralizzatore Totale... "Deploro la brutalità",
diceva. "Non serve. D'altra parte il maltrattamento
prolungato, senza violenza fisica, dà origine all'angoscia
e a un particolare senso di colpa... Il soggetto non deve
rendersi conto che il maltrattamento è un attacco
deliberato di un nemico antiumano alla sua identità
personale... Il bisogno spasmodico dei tossicomani del
controllo deve essere opportunamente nascosto da una
burocrazia intricata e arbitraria"».
Burroughs descrive minutamente la vita ad Annexia,
vagamente echeggiante quella da lui conosciuta in
Messico sotto Aleman e nei paesi dell'America del Sud,
durante il regime del Dr. Benway: cartelle di documenti,
tessere, ispettori in uniforme e in borghese («Talvolta
addirittura nudi salvo che per una piastrina appuntata al
capezzolo sinistro»), arresti, uffici senza riscaldamento,
senza sedie e senza servizi igienici, la città ridotta senza
panchine, senza fontane, senza fiori e senza alberi, il
silenzio rotto ogni quarto d'ora da enormi segnali
acustici, riflettori accesi tutta la notte senza possibilità di
difendersene, caffè e bar chiusi e così via. Ma il
capolavoro del Dr. Benway è il Centralino: «Trapani
elettrici che possono essere messi in moto in qualsiasi
momento vengono infilati nei denti del soggetto, e gli si
insegna a manovrare un centralino Arbitrario... Ogni
volta che egli fa uno sbaglio i trapani funzionano per
venti secondi... mezz'ora di centralino e il soggetto crolla
come cervelli elettronici sovraccarichi... In mancanza di
cognizioni precise sull'elettronica del cervello, le droghe
sono un'arma essenziale dell'interrogatore nel suo
assalto all'identità personale del soggetto».
Con questa esperienza fatta ad Annexia, il Dr.
Benway, arrivato nella Terra della Libertà, comincia a
dirigere il Centro dì Ricondizionamento, dove non ci
sono forme di omosessualità e domina il matriarcato,
cioè si è nella peggiore delle situazioni immaginabili di
Burroughs. Mentre accompagna il visitatore Lee a
vedere i ricoverati, Benway racconta la propria
biografia, che culmina in un episodio in cui ha una
colluttazione con un chirurgo a base di arterie femorali
recise e coltellate inferte col bisturi. Il Dr. Benway
accompagna il visitatore a vedere le corsie di malati,
prima I Guasti Nervosi Irreversibili, poi i tossicomani,
poi i devianti leggeri e la corsia dei criminali, finché si
arriva ai Parzialmente Ricondizionati e ai Simopatici
(«Un simopatico», dice Burroughs, «è un cittadino
convinto di essere una scimmia. È una malattia tipica
dell'esercito e il congedo la guarisce»).
Poi la figura del Dr. Benway si dissolve lentamente in
una specie di fuoco d'artificio di immagini orrende da
incubo, humour nero portato alle estreme conseguenze
dove vengono usate nozioni accumulate da Burroughs
mentre studiava antropologia a Harvard e medicina a
Vienna, linfogranulomi suppurati all'inguine e
chemioterapia, Fiesta dei Chimu e Candiru delle
Amazzoni «che si infila nel pene o nel sedere o nella
vagina, faute de mieux» e poi basta, il capitolo del Dr.
Benway finisce e ne incomincia un altro intitolato La
Carne Nera.
Quando Bruce Cook chiese a Burroughs se davvero
credeva che il futuro appartenesse alla gente del
controllo come il Dr. Benway, Burroughs rispose: «Non
lo so... La situazione generale del mondo — inflazione,
sfruttamento del suolo, pioggia radioattiva,
sovrappopolazione — è un quadro abbastanza buio, non
ti pare? Ma c'è qualche buon segno. Non c'è mai stata
una maggior resistenza in tutto il mondo al controllo e
quanto a questo non c'è mai stata una miglior ragione
per opporre resistenza».
Il controllo è inesorabile, per Burroughs. A Daniel
Odier che lo intervistò per The Job, che uscì nel 1969
quando gli chiese: «Esistono uomini liberi nei tuoi
libri?», rispose: «Gli uomini liberi non esistono nei libri
di nessuno, perché sono creazioni dell'autore. Direi che
gli uomini liberi non esistono su questo pianeta in questo
momento perché non esistono nei corpi umani: per il
fatto di essere in un corpo umano si è controllati da ogni
genere di necessità biologiche e ambientali». Il controllo
continua attraverso le immagini e le parole: «Immagine e
parola sono gli strumenti di controllo usati dalla stampa
quotidiana e da riviste come "Time", "Life",
"Newsweek"... Uno strumento può essere usato senza
conoscerne l'origine... Una ricerca è scoraggiata da
coloro che usano la parola e l'immagine come strumenti
di controllo». Il controllo diventa dunque potere:
«L'esercizio del potere per amore del potere è ciò in cui
consiste la macchina della distruzione. Il potere
antiquato, del generalissimo che spara a un governatore
di provincia attraverso la scrivania ha fini limitati...
Confondere questo potere antiquato con la
manifestazione della follia di controllo che vediamo ora
su questo pianeta è come confondere una verruca in via
di scomparizione con un cancro che esplode... Ciò che si
vede adesso è il potere esercitato per scopi puramente
distruttivi. Che ne siano o no consapevoli, coloro che
praticano il controllo adesso sono indirizzati alla
distruzione».
Spesso la distruzione del controllo assume toni
fantascientifici: Burroughs ripete spesso che le sue
letture preferite sono libri di fantascienza, anche se il suo
scrittore più caro è Conrad. Nell'intervista di Daniel
Odier, Burroughs ha dato una lunga risposta nella quale,
dopo aver accusato l'associazione medica americana
A.M.A. di impedire scoperte e prodotti che aiuterebbero
la libertà degli uomini dalla medicina, dopo aver
accusato l'industria automobilistica di aver impedito la
produzione di un'automobile economica e migliore delle
altre perché avrebbe rovinato il mercato esistente e dopo
aver dimostrato che la squadra narcotici ha interesse a
far continuare la tossicomania per rafforzare il potere
della polizia, riferisce la polemica tra Frank Dorsey e
Vladimir Gavreau a proposito di un nuovo metodo di
distruzione umana che consiste nell'uso dell'infrasuono,
«vale a dire vibrazioni dell'aria che oscillano a meno di
dieci vibrazioni al secondo, o 10 Hertz: l'orecchio umano
registra, come vibrazioni di suono, da 16 a 20.000
Hertz». Durante gli esperimenti di Vladimir Gavreau per
studiare l'infrasuono tutti i tecnici presenti si sentirono
male e ulteriori studi mostrarono che l'infrasuono poteva
uccidere un uomo a 8 chilometri di distanza: «Un'arma
ideale», dice Burroughs, «contro i dissidenti
nell'Establishment».
Nel paese controllato dal Dr. Benway, dittatore
sadico e antiumano sotto la veste di ottimistica bonomia,
gli individui sono classificati in varie categorie, per
esempio i fattualisti, i liquefazionisti, i divisionisti che
raffigurano i vari tipi possibili di dittatura: i
liquefazionisti che vogliono assorbire tutta la ricchezza
di tutte le altre vite, i divisionisti che si creano gli amici
tagliando pezzi dei loro corpi e i fattualisti che amano
l'esistenza e vorrebbero vivere «in libertà»; ma sono
classificazioni che Burroughs considera ora superate dai
tempi. Sembra proprio di poter dire che Naked Lunch è
soprattutto una inesorabile, spietata, sadica satira di
qualsiasi genere di totalitarismo; e questo atteggiamento
di totale anarchia è uno dei fili che legano Burroughs a
scrittori diversi da lui come Kerouac o Ginsberg o
Corso.
Ma il problema fondamentale per Burroughs resta
quello del controllo raggiunto attraverso la
manipolazione del pensiero, il lavaggio mentale e la
repressione. «Le riviste "Time", "Life", "Fortune"
esercitano un sistema di controllo più complesso e
efficace di quello del calendario Maya... Neanche Henry
Luce capisce quello che sta succedendo nel sistema», ha
detto Burroughs nell'intervista della «Paris Review» e
nella stessa intervista ha insistito dicendo: «Mi sono
interessato al sistema Maya, che era un calendario
controllo. Il loro calendario postulava come ciascuno
doveva sentirsi a un dato momento. E mi pare che il
sistema di Henry Luce sia paragonabile a questo. È un
sistema di controllo. Non ha niente a che fare col dare
notizie. "Time", "Life" e "Fortune" sono una specie di
organizzazione poliziesca». In un articolo pubblicato su
«Mayfair» e poi sulla «Evergreen Review» Burroughs ha
insistito: «La programmazione precisa del pensiero... da
parte della tecnologia rende possibile agli stati di polizia
mantenere una facciata democratica da dietro la quale
denunciano come criminale, pervertito e tossicomane
chiunque si opponga alla macchina del controllo...
Vogliamo distruggere la macchina della polizia... che va
sotto il nome di stampa conservatrice».
La macchina della tortura di Naked Lunch, il
centralino usato per condizionare la gente, serve a far
credere alle vittime quello che viene loro detto; e quando
si chiede a Burroughs che cosa speri di ottenere dalla
distruzione della macchina del controllo, che cosa voglia
sostituire allo stato poliziesco, risponde che eliminate
come prima condizione la nazione, la famiglia e il
metodo attuale di riproduzione il «sistema» si potrebbe
organizzare con comunità prive di confini nazionalistici
(«di quei campi di concentramento chiamati nazioni»):
comunità raccolte intorno a gusti e affinità comuni, per
esempio comunità tutte femminili o tutte maschili,
comunità ESP o igieniste o praticanti lo judo o lo yoga o
le teorie di Reich, come in un certo senso è avvenuto coi
Mussulmani Neri e gli hippies.
Naked Lunch è già in un certo senso un esempio di
una comunità tutta maschile. Le donne non sono proprio
ben viste: quando tutto va bene vengono definite vecchie
megere o vecchie baldracche, come a pagina 138 o
buone a nulla come a pagina 150, dove in più
strangolano i figli non ancora nati. A chiedergli che cosa
pensa delle donne Burroughs risponde: «Per usare le
parole di un grande misogino nella Victory di Conrad, le
donne sono una perfetta maledizione»; e Burroughs le
considera un errore fondamentale, tanto più che adesso
non sono più indispensabili neanche per la riproduzione
(in The Job riferisce un articolo di Walter Sullivan dal
quale risulta che gli scienziati di Oxford riproducono
rane da un'unica cellula).
Nel suo libro senza donne, popolato quasi
intieramente da omosessuali (quasi profeticamente, visto
che il 3 dicembre 1973 l'Associazione Psichiatrica
Americana ha deciso che l'omosessualità non va più
considerata una deviazione mentale) si accavallano
visioni perverse, sadiche, grottesche, fantastiche, brutte,
o, come ha detto Paul Bowles, «vetriolesche»; si
accavallano in pagine tanto più sconcertanti e
affascinanti in quanto totalmente prive di struttura. Come
ha detto Norman Mailer: «Ciò che mi affascina è
l'imperfezione della struttura del libro». In realtà le
sezioni del cosiddetto romanzo balzano senza ordine e a
volte anche si ripetono, come è il caso della nota del
pesce Candiru, quello che, faute de mieux, si infila nella
vagina femminile. Caoticamente, con la sua faccia
impassibile che ricorda vagamente quella di Buster
Keaton, i suoi occhi di acciaio o se si preferisce di
ghiaccio e il suo furore che lo fece confrontare da
Kerouac al Dr. Mabuse, Burroughs fa piroettare le sue
allucinazioni da droga e quelle da astinenza, la sua gente
sbudellata e quella gocciolante di pus, i suoi insetti
giganteschi da delirium tremens e i suoi bontemponi che
per scherzare riempiono di piranha la piscina di una lady
mentre Presidenti e Primi Ministri si sodomizzano con la
violenza e lo spettacolo viene trasmesso per televisione in
tutto il mondo arabo: avvenimenti di un'altra galassia,
insieme al robot stupratore o Tuttofare Automatico che
«mette le mani addosso» a una massaia seccata perché
non aveva previsto quest'azione nella combinazione.
Norman Mailer non aveva torto a definire questo
mondo come l'Inferno: è un mondo spietato, con incubi di
brutalità, di tortura e di morte; incubi della sofferenza
dell'umanità afflitta oggi più di ieri da torture psichiche e
da massacri fisici più fantascientifici forse di quelli
immaginati da Burroughs misantropo e a suo modo
realista.
Al processo per oscenità dì Boston Ginsberg presentò
per la difesa una poesia, dalla quale ricavò il titolo per
la raccolta Sandwiches di Realtà che il pubblico italiano
conosce perché è stata pubblicata in Mantra del Re di
Maggio per Mondadori nel 1973. La poesia dice:
Il metodo dev'essere purissima carne
e non condimento simbolico,
visioni reali & prigioni reali
come si vedono di quando in quando.
Prigioni e visioni presentate
con rare descrizioni
corrispondenze esatte a quelle
di Alcatraz e Rosa.
Un pranzo nudo è naturale per noi,
noi mangiamo sandwiches di realtà
ma le allegorie sono tali lattughe.
Non nascondete la follia.
È un ritratto molto sottile e preciso del metodo di
composizione di Burroughs; e ancora più preciso è
quello che Burroughs stesso ha scritto nel suo
autoritratto di scrittore nella Prefazione Atrofica al
fondo di Naked Lunch: «Non c'è che un'unica cosa di cui
può scrivere uno scrittore: ciò che è davanti ai suoi sensi
nel momento in cui scrive... Io non sono che uno
strumento di registrazione... Non pretendo di imporre né
"storia" né "trama" né "continuità"... Fintanto che riesco
nella registrazione diretta di alcune aree del processo
psichico posso avere una funzione limitata... Non sono
uno che vuole divertire».
Questa registrazione diretta la realizzava
tecnicamente scrivendo i suoi libri su tre colonne, come
ha detto nell'intervista rilasciata alla «Paris Review» nel
1965: tre colonne dove venivano annotati i fatti che gli
accadeva di vivere o di vedere, una colonna per
registrare il resoconto dell'accaduto, la successiva per
descrivere i ricordi di quello stesso fatto e la terza per
segnare citazioni dal libro che in quel momento stava
leggendo. Al momento in cui rilasciò questa intervista,
però, Burroughs aveva già preparato con Brian Gysin il
Cut-Up Manifesto e aveva già pubblicato Minutes to Go
che fu il primo esempio dei suoi Cut-ups. Minutes to Go,
ripeto, uscì nel 1959; lo stesso anno in cui uscì Naked
Lunch per la Olympia Press nell'edizione preparata a
velocità quasi drammatica in due settimane: forse il
sistema delle tre colonne non è ancora stato usato in
Naked Lunch. Di sicuro credo si possa dire che già
scrivendo Naked Lunch era chiaro il suo intento di
scrittore quale lo ha definito più tardi: «Quello che dico
vorrei che venisse preso alla lettera, per rendere la gente
consapevole della vera criminalità del nostro tempo.
Tutto il mio lavoro è rivolto contro coloro che sono
intenti, per stupidità o per programma, a far saltare in
aria il pianeta o a renderlo inabitabile... Mi interessa la
precisa manipolazione della parola e dell'immagine per
creare un'azione, non per andare a comprare una cocacola,
ma per creare un'alterazione nella consapevolezza
del lettore».
Vorrei chiudere con queste parole di Burroughs
stesso, così coerenti con l'azione e le proposte condotte
dal gruppo di scrittori del dissenso non violento
d'America negli Anni Cinquanta nel corso della loro
Resistenza al neomaterialismo di Eisenhower e al neofascismo
di Joseph McCarthy. Come per Ginsberg e per
Kerouac è accaduto per Burroughs che la qualità delle
loro pagine abbia scavalcato di gran lunga il loro
programma. A vent'anni di distanza Naked Lunch è
considerato un classico contemporaneo come Sulla
Strada di Kerouac e la poesia di Ginsberg.
Come ormai sanno tutti e dunque sembra inutile
ripetere.
razzismo antiomosessuale, guerra nucleare,
tossicodipendenza, lavaggio mentale, tecnologia quasi
fantascientifica al potere: in realtà sono questi i veri
protagonisti di tutti i libri di Burroughs e soprattutto di
questo Pasto Nudo, scritto in un momento in cui
totalitarismo, lavaggio mentale, tecnologia e guerra
nucleare incombevano sull'America di Joseph McCarthy
e di Eisenhower e un minuscolo gruppo di dissidenti
destinati a diventare una piccola maggioranza che
avrebbe cambiato la faccia della gioventù americana
affrontò il compito sovrumano di proporre un nuovo stile
di politica e di vita.
Il materiale che costituisce il libro, appunti e lettere,
racconti e schizzi, Burroughs cominciò a scriverlo a
Tangeri nel dicembre 1953; e il materiale continuò ad
accumularsi per quattro anni mentre Burroughs
continuava a sperimentare ogni tipo di droga, ma era
soprattutto dipendente dall'eroina: così dipendente che
nel 1957 si decise ad andare a Londra a farsi
disintossicare con l'apomorfina nella clinica del Dr. John
Yerbury Dent. Fu al ritorno da Londra che si mise a
riordinare il materiale accumulato in quegli anni: Jack
Kerouac e Alien Ginsberg, che erano venuti a trovarlo a
Tangeri con Peter Orlovsky, lo aiutarono e Kerouac
batté il manoscritto a macchina e trovò il titolo, The
Naked Lunch. Più tardi Burroughs scrisse
nell'introduzione al libro che non aveva capito il
significato del titolo fino alla sua guarigione; poi capì
che «Pasto Nudo» è «un attimo congelato quando
ognuno vede cosa c'è sulla punta di una forchetta».
La cura dell'apomorfina, che lo liberò per sempre da
quindici anni di tossicodipendenza, fu il sesto tentativo
che fece: tra il 1950 e il 1952 aveva tentato inutilmente
cinque volte di disintossicarsi continuando in realtà a
prendere eroina, morfina, oppio, nembutal, codeina,
benzedrina, peyotl e ogni tipo di alcool. Aveva
cominciato con la morfina a New York, quando vi si
stabilì alla fine del 1942, a 28 anni (è nato il 5 febbraio
1914 a St. Louis, nel Missouri); o forse poco dopo. Erano
gli anni che Burroughs viveva con Kerouac, la futura
moglie Joan Vollmer Adams e Edie Parker futura moglie
di Kerouac, facendo esperimenti con la benzedrina e i
barbiturici: Kerouac e Burroughs si erano conosciuti per
il tramite di Ginsberg e vissero insieme fino al luglio
1945, mentre Burroughs si faceva psicanalizzare dal Dr.
Paul Federn e poi dal Dr. Louis Wolberg specialista di
ipnoanalisi analizzando poi a sua volta Ginsberg cinque
volte alla settimana per un'ora e Kerouac molto più di
rado. In quei mesi Burroughs e Kerouac scrissero
insieme il lungo racconto And The Hyppos Were Boiled
in Their Tanks e la poesia Yes; poi Joan divorziò dal
marito reduce dal fronte e sposò Burroughs stabilendosi
con lui nel Texas, in una fattoria vicino a New Waverly, a
un'ottantina di chilometri da Houston, dove
cominciarono a coltivare marijuana e a ricevere visite
degli amici di New York. Nel 1947 andarono a trovarli
Ginsberg e Cassady allora strettamente vicini, mentre
già vi si trovava Herbert Huncke, un altro protagonista
della saga dei cosiddetti Beat; poi nacque il figlio di
Burroughs e nel settembre Cassady si separò da
Ginsberg e accompagnò Burroughs a New York.
Ma l'anno dopo Burroughs, dopo aver scritto a
Ginsberg formulando la sua teoria sul fattualismo, lasciò
di nuovo New York, questa volta andandosi a stabilire sul
Mississippi a Algiers, vicino a New Orleans, subito
raggiunto, nel gennaio 1949, da Kerouac e Cassady.
Rimase ad Algiers fino alla fine dell'estate, poi si spostò
in Messico (con una borsa di studio dopo 5 mesi di vita
militare a Goldspring, Texas, per studiare i dialetti
locali), di nuovo raggiunto da Kerouac; più o meno
allora scrisse Junkie, ispirato alle sue esperienze di
tossicomane e ancora scritto in uno stile «facile».
Ma in Messico, il 7 settembre 1951, in un terribile
incidente Burroughs uccise con un colpo di revolver la
moglie; nell'inverno 1952 lasciò il Messico per sempre e
andò a Tangeri e di lì nel gennaio 1953 nell'America
Centrale e nell'America del Sud scrivendo a Ginsberg le
lettere che poi avrebbero costituito la raccolta The Yage
Letters (che sarebbero uscite per la City Lights nel 1963)
e rimanendovi fino all'autunno del 1953, quando ritornò
a New York con una valigia piena di yage e si legò
strettamente a Ginsberg.
Intanto, nell'aprile 1952, Ginsberg aveva fatto
accettare Junkie dalle edizioni Ace Books, di cui era
proprietario A.A. Wyn, zio di Carl Solomon, altro
protagonista della saga Beat; il libro uscì nel 1953 in
100.000 copie, con un'introduzione di Solomon, insieme
a un romanzo di un ex agente della Squadra Narcotici,
Maurice Helbrant: Burroughs lo firmò con lo
pseudonimo dì William Lee dal nome della madre e, nel
dicembre, si trasferì a Tangeri, dove, a Villa Munirìa o
Delirium e poi nel quartiere indigeno, cominciò a
scrivere i testi che avrebbero costituito The Naked Lunch
e dove incontrò Brion Gysin che poi nel 1958 avrebbe
ritrovato a Parigi e col quale elaborò nel 1959 il Cut-up
Manifesto, pubblicando per la Two Cities Press il volume
Minutes to Go.
The Naked Lunch fu dunque scritto tra il dicembre
1953 e il 1957. Nell'intervista pubblicata dalla «Paris
Review» nell'autunno 1965, Burroughs disse: «Il libro fu
scritto soprattutto a Tangeri, dopo che ero stato curato
dal Dr. Dent a Londra nel 1957. Ritornai a Tangeri e
cominciai a lavorare su un mucchio di appunti che avevo
raccolto in molti anni. La maggior parte del libro fu
scritto allora. Andai a Parigi verso il 1959 e avevo un
gran mucchio di manoscritti. Girodias se ne interessò e
mi chiese se potevo preparargli il libro in due settimane.
Questo è il periodo al quale si riferisce Brion Gysin
quando dice che dai manoscritti raccolti in molti anni
misi insieme ciò che diventò un libro da un migliaio di
pagine».
Girodias, che aveva respinto l'anno precedente una
prima versione del libro, gli fece chiedere la nuova
versione da Sinclair Beiles e effettivamente lo pubblicò a
Parigi nel 1959 per la sua Olympia Press (il 20
novembre 1962 sarebbe uscita a New York l'edizione
della Grave Press).
Dire che il libro esplose come una bomba è dir poco,
il pubblico esoterico ne aveva letto qualche brano, col
titolo Ten Episodes from Naked Lunch sul primo numero
della rivista «Big Table» di Chicago, nella primavera
1959: da pagina 79 a pagina 137, 58 pagine che
circolarono nello sbalordito rispetto di quelli che
avevano letto nella dedica allo Howl di Ginsberg la
definizione: «Un romanzo sconfinato che farà perdere a
tutti la testa». Ma il clamore in America si alzò quando
uscì l'edizione americana della Grove Press. Mary
McCarthy scrisse subito sul «New York Review of Books»
(nel 1963) una recensione che diventò famosa e l'articolo
aiutò molto ad affermare la reputazione di Burroughs
fuori delle accuse di pornografia, anche se in realtà la
McCarthy lo scrisse soprattutto per buttare sabbia
sull'entusiasmo che le era stato attribuito esagerando un
suo intervento al Convegno Internazionale di Scrittori di
Edimburgo del 1962, quando, riferì poi la McCarthy,
disse «che ripensando ai romanzi usciti negli ultimi anni
ero stata colpita dal fatto che gli unici che oltre a
procurarmi piacere mi avevano interessata erano stati
quelli di Burroughs e di Nabokov».
A quello stesso convegno di Edimburgo era presente
Norman Mailer e anche lui parlò con grande favore sia
del libro che dell'autore, che aveva già letto sull'estratto
di «Big Table», definendolo in quell'occasione: «L'unico
romanziere americano vivente che si possa considerare
dotato di genio». A Edimburgo ripeté la sua solidarietà
col romanzo dicendo che era il più importante tra quelli
contemporanei usciti in America; e questo era il clima
che accolse il libro quando poco dopo uscì l'edizione
americana della Grove Press, subito recensita
ampiamente, lodata con entusiasmo e accettata come
opera di importanza fondamentale.
E subito colpita dai processi per oscenità,
naturalmente. Credo che i primi cominciarono a Los
Angeles e a Boston; in molte altre città i librai vennero
infastiditi dalla polizia perché vendevano il libro. Il
processo che diventò un caso letterario fu quello di
Boston, perché l'avvocato difensore Edward Dr. Grazia
chiamò a testimoniare Norman Mailer, Alien Ginsberg e
John Ciardi, le cui tre testimonianze furono così
interessanti che a volte sono state in parte incluse nelle
nuove edizioni del Naked Lunch. La più famosa è quella
di Norman Mailer che alla domanda della Corte relativa
al significato del libro rispose: «Per me questo è un
semplice ritratto dell'Inferno. È esattamente l'Inferno».
Quel giorno davanti ai giudici Mailer disse anche:
«Secondo la mia opinione Burroughs — qualunque possa
essere la sua intenzione conscia — è uno scrittore
religioso. In Naked Lunch c'è un senso della distruzione
dell'anima più intenso di quello che ho trovato in
qualunque altro romanzo moderno. È una visione di
come l'umanità agirebbe se fosse completamente
separata dall'eternità. Ciò che dà a questa visione una
chiarezza da mitragliatrice è la completa mancanza di
sentimentalismo. L'espressione del sentimentalismo nelle
questioni religiose si manifesta di solito come una specie
di pietà alla saccarina che rivolta qualunque idea di
sentimento religioso in tutti coloro che sono sensibili,
discriminanti o profondi. Burroughs evita perfino la
possibilità di questo sentimentalismo (che naturalmente
distruggerebbe il valore della sua opera) usando un
vocabolario stringente e mordente in una serie di
avvenimenti precisi e orribili, una specie di humour da
forca che è l'ultimo orgoglio di un uomo sconfitto,
l'orgoglio che ha l'uomo sconfitto di non avere almeno
perduto la sua amarezza».
Mailer parla anche dello humour nero di Burroughs;
e del suo humour parla Mary McCarthy. «Lo humour di
Burroughs», dice la McCarthy, «è uno humour
tipicamente americano, insieme crudo e furbo, è lo
humour di un attore di varietà che recita da solo sulla
scena davanti al sipario infiammabile di un vecchio
teatro trasformato in cinema... A volte gli scherzi
rivelano uno humour nero (il Dr. Benway nel suo ultimo
travestimento dice con voce languida e sognante:
Cancro, mio primo amore). Altri sono come puri numeri
di cabaret, come per i danzatori Clemm e Joddy assunti
dai Russi per screditare gli Americani all'estero... Una
buffonata di questo genere può raggiungere la frenesia
come in un film dei Marx Brothers... Questa confusione,
questo baccano d'inferno è uno degli effetti preferiti di
Burroughs ed equivale alla vecchia finale del vaudeville,
con la comparsa in scena degli acrobati, dei giocolieri,
degli illusionisti, dei danzatori, della donna tagliata a
pezzi, il pianista, i clowns che fanno le capriole e si
schiacciano per entrare nella festa».
Questa descrizione di Naked Lunch come un circo,
che a Burroughs piacque e piace tuttora molto, queste
illusioni allo humour nero che è certamente una delle
grosse componenti della poetica di Burroughs, non sono
le sole indicazioni proposte dalla McCarthy: nel corso
dell'articolo dice: «È questo il primo romanzo
interspaziale, la prima opera seria di fantascienza: le
altre erano solo dei giochetti». Ma la sua insistenza va
all'immagine del circo: «L'immagine che questo libro,
coi suoi acrobati che eseguono i loro numeri sessuali sul
trapezio volante, la sua forma circolare, evoca è quella
del circo. Un circo viaggia, ma è sempre identico a se
stesso e traduce bene la visione inorridita che Burroughs
ha della vita contemporanea».
Quando la McCarthy accenna all'automatizzazione
che deriva dalla tossicomania sfiora un altro tasto
importante, forse il più importante di tutti nel libro di
Burroughs: «Il Barnum dello spettacolo è uno che guida
le folle sotto travestimenti e maschere diverse. La
regolamentazione, come la droga, ed è Burroughs a
sottolinearlo, non può condurre che a una
regolamentazione ancor più rigorosa, e il circolo vizioso
della malattia si allarga e si riproduce, trascinando con
sé conseguenze politiche e sociali importanti... Tutto è
automatizzato».
Se invece di usare la parola «regolamentazione»
usiamo la parola «controllo» entriamo nel cuore del
dramma poetico e esistenziale di Burroughs. Il controllo
esercitato dal potere — tutti i poteri — sull'uomo è per
lui una specie di ossessione: come dice Bruce Cook
Burroughs vede la minaccia del controllo, vede «i diavoli
sotto ogni letto e le cospirazioni dietro ogni
dichiarazione ufficiale»: il controllo è quello della superautorità
e del totalitarismo che sta serrando tutta
l'America ma anche tutto il mondo.
Non per niente il suo personaggio più famoso e
ricorrente in molti suoi libri è il Dr. Benway, un
personaggio che immaginò nel 1938 quando era andato
a vivere a New York dopo sei mesi trascorsi in Europa in
parte viaggiando e in parte seguendo un corso di
medicina all'Università di Vienna. A New York aveva
ritrovato un antico compagno di liceo, Kell Elvins, e con
lui aveva scritto Gave Proof Through the Night che poi,
dopo averlo elaborato con Brion Gysin, avrebbe
pubblicato in Minutes to Go e poi utilizzato in Nova
Express: fu allora che nacque il Dr. Benway, la cui
figura volteggia come un acrobata da un episodio
all'altro del Naked Lunch. La sua presentazione per una
volta è esplicita senza allusioni: «Il Dr. Benway è stato
chiamato come consulente presso la Repubblica della
Libertà, un luogo consacrato al libero amore e ai bagni
continuati... Benway è un manipolatore e coordinatore di
sistemi di simboli, un esperto di tutti gli aspetti
dell'interrogatorio, del lavaggio del cervello e del
controllo... A Annexia il suo incarico era
Demoralizzatore Totale... "Deploro la brutalità",
diceva. "Non serve. D'altra parte il maltrattamento
prolungato, senza violenza fisica, dà origine all'angoscia
e a un particolare senso di colpa... Il soggetto non deve
rendersi conto che il maltrattamento è un attacco
deliberato di un nemico antiumano alla sua identità
personale... Il bisogno spasmodico dei tossicomani del
controllo deve essere opportunamente nascosto da una
burocrazia intricata e arbitraria"».
Burroughs descrive minutamente la vita ad Annexia,
vagamente echeggiante quella da lui conosciuta in
Messico sotto Aleman e nei paesi dell'America del Sud,
durante il regime del Dr. Benway: cartelle di documenti,
tessere, ispettori in uniforme e in borghese («Talvolta
addirittura nudi salvo che per una piastrina appuntata al
capezzolo sinistro»), arresti, uffici senza riscaldamento,
senza sedie e senza servizi igienici, la città ridotta senza
panchine, senza fontane, senza fiori e senza alberi, il
silenzio rotto ogni quarto d'ora da enormi segnali
acustici, riflettori accesi tutta la notte senza possibilità di
difendersene, caffè e bar chiusi e così via. Ma il
capolavoro del Dr. Benway è il Centralino: «Trapani
elettrici che possono essere messi in moto in qualsiasi
momento vengono infilati nei denti del soggetto, e gli si
insegna a manovrare un centralino Arbitrario... Ogni
volta che egli fa uno sbaglio i trapani funzionano per
venti secondi... mezz'ora di centralino e il soggetto crolla
come cervelli elettronici sovraccarichi... In mancanza di
cognizioni precise sull'elettronica del cervello, le droghe
sono un'arma essenziale dell'interrogatore nel suo
assalto all'identità personale del soggetto».
Con questa esperienza fatta ad Annexia, il Dr.
Benway, arrivato nella Terra della Libertà, comincia a
dirigere il Centro dì Ricondizionamento, dove non ci
sono forme di omosessualità e domina il matriarcato,
cioè si è nella peggiore delle situazioni immaginabili di
Burroughs. Mentre accompagna il visitatore Lee a
vedere i ricoverati, Benway racconta la propria
biografia, che culmina in un episodio in cui ha una
colluttazione con un chirurgo a base di arterie femorali
recise e coltellate inferte col bisturi. Il Dr. Benway
accompagna il visitatore a vedere le corsie di malati,
prima I Guasti Nervosi Irreversibili, poi i tossicomani,
poi i devianti leggeri e la corsia dei criminali, finché si
arriva ai Parzialmente Ricondizionati e ai Simopatici
(«Un simopatico», dice Burroughs, «è un cittadino
convinto di essere una scimmia. È una malattia tipica
dell'esercito e il congedo la guarisce»).
Poi la figura del Dr. Benway si dissolve lentamente in
una specie di fuoco d'artificio di immagini orrende da
incubo, humour nero portato alle estreme conseguenze
dove vengono usate nozioni accumulate da Burroughs
mentre studiava antropologia a Harvard e medicina a
Vienna, linfogranulomi suppurati all'inguine e
chemioterapia, Fiesta dei Chimu e Candiru delle
Amazzoni «che si infila nel pene o nel sedere o nella
vagina, faute de mieux» e poi basta, il capitolo del Dr.
Benway finisce e ne incomincia un altro intitolato La
Carne Nera.
Quando Bruce Cook chiese a Burroughs se davvero
credeva che il futuro appartenesse alla gente del
controllo come il Dr. Benway, Burroughs rispose: «Non
lo so... La situazione generale del mondo — inflazione,
sfruttamento del suolo, pioggia radioattiva,
sovrappopolazione — è un quadro abbastanza buio, non
ti pare? Ma c'è qualche buon segno. Non c'è mai stata
una maggior resistenza in tutto il mondo al controllo e
quanto a questo non c'è mai stata una miglior ragione
per opporre resistenza».
Il controllo è inesorabile, per Burroughs. A Daniel
Odier che lo intervistò per The Job, che uscì nel 1969
quando gli chiese: «Esistono uomini liberi nei tuoi
libri?», rispose: «Gli uomini liberi non esistono nei libri
di nessuno, perché sono creazioni dell'autore. Direi che
gli uomini liberi non esistono su questo pianeta in questo
momento perché non esistono nei corpi umani: per il
fatto di essere in un corpo umano si è controllati da ogni
genere di necessità biologiche e ambientali». Il controllo
continua attraverso le immagini e le parole: «Immagine e
parola sono gli strumenti di controllo usati dalla stampa
quotidiana e da riviste come "Time", "Life",
"Newsweek"... Uno strumento può essere usato senza
conoscerne l'origine... Una ricerca è scoraggiata da
coloro che usano la parola e l'immagine come strumenti
di controllo». Il controllo diventa dunque potere:
«L'esercizio del potere per amore del potere è ciò in cui
consiste la macchina della distruzione. Il potere
antiquato, del generalissimo che spara a un governatore
di provincia attraverso la scrivania ha fini limitati...
Confondere questo potere antiquato con la
manifestazione della follia di controllo che vediamo ora
su questo pianeta è come confondere una verruca in via
di scomparizione con un cancro che esplode... Ciò che si
vede adesso è il potere esercitato per scopi puramente
distruttivi. Che ne siano o no consapevoli, coloro che
praticano il controllo adesso sono indirizzati alla
distruzione».
Spesso la distruzione del controllo assume toni
fantascientifici: Burroughs ripete spesso che le sue
letture preferite sono libri di fantascienza, anche se il suo
scrittore più caro è Conrad. Nell'intervista di Daniel
Odier, Burroughs ha dato una lunga risposta nella quale,
dopo aver accusato l'associazione medica americana
A.M.A. di impedire scoperte e prodotti che aiuterebbero
la libertà degli uomini dalla medicina, dopo aver
accusato l'industria automobilistica di aver impedito la
produzione di un'automobile economica e migliore delle
altre perché avrebbe rovinato il mercato esistente e dopo
aver dimostrato che la squadra narcotici ha interesse a
far continuare la tossicomania per rafforzare il potere
della polizia, riferisce la polemica tra Frank Dorsey e
Vladimir Gavreau a proposito di un nuovo metodo di
distruzione umana che consiste nell'uso dell'infrasuono,
«vale a dire vibrazioni dell'aria che oscillano a meno di
dieci vibrazioni al secondo, o 10 Hertz: l'orecchio umano
registra, come vibrazioni di suono, da 16 a 20.000
Hertz». Durante gli esperimenti di Vladimir Gavreau per
studiare l'infrasuono tutti i tecnici presenti si sentirono
male e ulteriori studi mostrarono che l'infrasuono poteva
uccidere un uomo a 8 chilometri di distanza: «Un'arma
ideale», dice Burroughs, «contro i dissidenti
nell'Establishment».
Nel paese controllato dal Dr. Benway, dittatore
sadico e antiumano sotto la veste di ottimistica bonomia,
gli individui sono classificati in varie categorie, per
esempio i fattualisti, i liquefazionisti, i divisionisti che
raffigurano i vari tipi possibili di dittatura: i
liquefazionisti che vogliono assorbire tutta la ricchezza
di tutte le altre vite, i divisionisti che si creano gli amici
tagliando pezzi dei loro corpi e i fattualisti che amano
l'esistenza e vorrebbero vivere «in libertà»; ma sono
classificazioni che Burroughs considera ora superate dai
tempi. Sembra proprio di poter dire che Naked Lunch è
soprattutto una inesorabile, spietata, sadica satira di
qualsiasi genere di totalitarismo; e questo atteggiamento
di totale anarchia è uno dei fili che legano Burroughs a
scrittori diversi da lui come Kerouac o Ginsberg o
Corso.
Ma il problema fondamentale per Burroughs resta
quello del controllo raggiunto attraverso la
manipolazione del pensiero, il lavaggio mentale e la
repressione. «Le riviste "Time", "Life", "Fortune"
esercitano un sistema di controllo più complesso e
efficace di quello del calendario Maya... Neanche Henry
Luce capisce quello che sta succedendo nel sistema», ha
detto Burroughs nell'intervista della «Paris Review» e
nella stessa intervista ha insistito dicendo: «Mi sono
interessato al sistema Maya, che era un calendario
controllo. Il loro calendario postulava come ciascuno
doveva sentirsi a un dato momento. E mi pare che il
sistema di Henry Luce sia paragonabile a questo. È un
sistema di controllo. Non ha niente a che fare col dare
notizie. "Time", "Life" e "Fortune" sono una specie di
organizzazione poliziesca». In un articolo pubblicato su
«Mayfair» e poi sulla «Evergreen Review» Burroughs ha
insistito: «La programmazione precisa del pensiero... da
parte della tecnologia rende possibile agli stati di polizia
mantenere una facciata democratica da dietro la quale
denunciano come criminale, pervertito e tossicomane
chiunque si opponga alla macchina del controllo...
Vogliamo distruggere la macchina della polizia... che va
sotto il nome di stampa conservatrice».
La macchina della tortura di Naked Lunch, il
centralino usato per condizionare la gente, serve a far
credere alle vittime quello che viene loro detto; e quando
si chiede a Burroughs che cosa speri di ottenere dalla
distruzione della macchina del controllo, che cosa voglia
sostituire allo stato poliziesco, risponde che eliminate
come prima condizione la nazione, la famiglia e il
metodo attuale di riproduzione il «sistema» si potrebbe
organizzare con comunità prive di confini nazionalistici
(«di quei campi di concentramento chiamati nazioni»):
comunità raccolte intorno a gusti e affinità comuni, per
esempio comunità tutte femminili o tutte maschili,
comunità ESP o igieniste o praticanti lo judo o lo yoga o
le teorie di Reich, come in un certo senso è avvenuto coi
Mussulmani Neri e gli hippies.
Naked Lunch è già in un certo senso un esempio di
una comunità tutta maschile. Le donne non sono proprio
ben viste: quando tutto va bene vengono definite vecchie
megere o vecchie baldracche, come a pagina 138 o
buone a nulla come a pagina 150, dove in più
strangolano i figli non ancora nati. A chiedergli che cosa
pensa delle donne Burroughs risponde: «Per usare le
parole di un grande misogino nella Victory di Conrad, le
donne sono una perfetta maledizione»; e Burroughs le
considera un errore fondamentale, tanto più che adesso
non sono più indispensabili neanche per la riproduzione
(in The Job riferisce un articolo di Walter Sullivan dal
quale risulta che gli scienziati di Oxford riproducono
rane da un'unica cellula).
Nel suo libro senza donne, popolato quasi
intieramente da omosessuali (quasi profeticamente, visto
che il 3 dicembre 1973 l'Associazione Psichiatrica
Americana ha deciso che l'omosessualità non va più
considerata una deviazione mentale) si accavallano
visioni perverse, sadiche, grottesche, fantastiche, brutte,
o, come ha detto Paul Bowles, «vetriolesche»; si
accavallano in pagine tanto più sconcertanti e
affascinanti in quanto totalmente prive di struttura. Come
ha detto Norman Mailer: «Ciò che mi affascina è
l'imperfezione della struttura del libro». In realtà le
sezioni del cosiddetto romanzo balzano senza ordine e a
volte anche si ripetono, come è il caso della nota del
pesce Candiru, quello che, faute de mieux, si infila nella
vagina femminile. Caoticamente, con la sua faccia
impassibile che ricorda vagamente quella di Buster
Keaton, i suoi occhi di acciaio o se si preferisce di
ghiaccio e il suo furore che lo fece confrontare da
Kerouac al Dr. Mabuse, Burroughs fa piroettare le sue
allucinazioni da droga e quelle da astinenza, la sua gente
sbudellata e quella gocciolante di pus, i suoi insetti
giganteschi da delirium tremens e i suoi bontemponi che
per scherzare riempiono di piranha la piscina di una lady
mentre Presidenti e Primi Ministri si sodomizzano con la
violenza e lo spettacolo viene trasmesso per televisione in
tutto il mondo arabo: avvenimenti di un'altra galassia,
insieme al robot stupratore o Tuttofare Automatico che
«mette le mani addosso» a una massaia seccata perché
non aveva previsto quest'azione nella combinazione.
Norman Mailer non aveva torto a definire questo
mondo come l'Inferno: è un mondo spietato, con incubi di
brutalità, di tortura e di morte; incubi della sofferenza
dell'umanità afflitta oggi più di ieri da torture psichiche e
da massacri fisici più fantascientifici forse di quelli
immaginati da Burroughs misantropo e a suo modo
realista.
Al processo per oscenità dì Boston Ginsberg presentò
per la difesa una poesia, dalla quale ricavò il titolo per
la raccolta Sandwiches di Realtà che il pubblico italiano
conosce perché è stata pubblicata in Mantra del Re di
Maggio per Mondadori nel 1973. La poesia dice:
Il metodo dev'essere purissima carne
e non condimento simbolico,
visioni reali & prigioni reali
come si vedono di quando in quando.
Prigioni e visioni presentate
con rare descrizioni
corrispondenze esatte a quelle
di Alcatraz e Rosa.
Un pranzo nudo è naturale per noi,
noi mangiamo sandwiches di realtà
ma le allegorie sono tali lattughe.
Non nascondete la follia.
È un ritratto molto sottile e preciso del metodo di
composizione di Burroughs; e ancora più preciso è
quello che Burroughs stesso ha scritto nel suo
autoritratto di scrittore nella Prefazione Atrofica al
fondo di Naked Lunch: «Non c'è che un'unica cosa di cui
può scrivere uno scrittore: ciò che è davanti ai suoi sensi
nel momento in cui scrive... Io non sono che uno
strumento di registrazione... Non pretendo di imporre né
"storia" né "trama" né "continuità"... Fintanto che riesco
nella registrazione diretta di alcune aree del processo
psichico posso avere una funzione limitata... Non sono
uno che vuole divertire».
Questa registrazione diretta la realizzava
tecnicamente scrivendo i suoi libri su tre colonne, come
ha detto nell'intervista rilasciata alla «Paris Review» nel
1965: tre colonne dove venivano annotati i fatti che gli
accadeva di vivere o di vedere, una colonna per
registrare il resoconto dell'accaduto, la successiva per
descrivere i ricordi di quello stesso fatto e la terza per
segnare citazioni dal libro che in quel momento stava
leggendo. Al momento in cui rilasciò questa intervista,
però, Burroughs aveva già preparato con Brian Gysin il
Cut-Up Manifesto e aveva già pubblicato Minutes to Go
che fu il primo esempio dei suoi Cut-ups. Minutes to Go,
ripeto, uscì nel 1959; lo stesso anno in cui uscì Naked
Lunch per la Olympia Press nell'edizione preparata a
velocità quasi drammatica in due settimane: forse il
sistema delle tre colonne non è ancora stato usato in
Naked Lunch. Di sicuro credo si possa dire che già
scrivendo Naked Lunch era chiaro il suo intento di
scrittore quale lo ha definito più tardi: «Quello che dico
vorrei che venisse preso alla lettera, per rendere la gente
consapevole della vera criminalità del nostro tempo.
Tutto il mio lavoro è rivolto contro coloro che sono
intenti, per stupidità o per programma, a far saltare in
aria il pianeta o a renderlo inabitabile... Mi interessa la
precisa manipolazione della parola e dell'immagine per
creare un'azione, non per andare a comprare una cocacola,
ma per creare un'alterazione nella consapevolezza
del lettore».
Vorrei chiudere con queste parole di Burroughs
stesso, così coerenti con l'azione e le proposte condotte
dal gruppo di scrittori del dissenso non violento
d'America negli Anni Cinquanta nel corso della loro
Resistenza al neomaterialismo di Eisenhower e al neofascismo
di Joseph McCarthy. Come per Ginsberg e per
Kerouac è accaduto per Burroughs che la qualità delle
loro pagine abbia scavalcato di gran lunga il loro
programma. A vent'anni di distanza Naked Lunch è
considerato un classico contemporaneo come Sulla
Strada di Kerouac e la poesia di Ginsberg.
Come ormai sanno tutti e dunque sembra inutile
ripetere.
FERNANDA PIVANO
Luglio 1980
mercoledì 4 maggio 2011
Il Coyote (Roberto Roversi)
La gara è fra il coyote ed una stella
a chi sa e vuol raccontare
il gruppo più fantastico di storie
che si possa ricordare
ma mentre il coyote è
un mancatore di parola e un mentitore
la stella che cadente è la più bella
con la coda che si muove con splendore
e su una pietra i due stan nel fuoco della notte
a raccontarsi a turno con le voci calde o rotte
la stella parla adagio e il coyote grida forte
buttati in questo gioco, per chi perde c'è la morte.
a chi sa e vuol raccontare
il gruppo più fantastico di storie
che si possa ricordare
ma mentre il coyote è
un mancatore di parola e un mentitore
la stella che cadente è la più bella
con la coda che si muove con splendore
e su una pietra i due stan nel fuoco della notte
a raccontarsi a turno con le voci calde o rotte
la stella parla adagio e il coyote grida forte
buttati in questo gioco, per chi perde c'è la morte.
Ma col passar del tempo
la stella fa fatica a raccontare
e invece le parole del coyote corrono
come acqua di un fiume verde verso il mare
e mentre passa il vento .. in alto un'aquila si desta
e carica di voci, luci è tutta la foresta
la notte passa il cielo è rosso di mattino
finisce questa gara incominciata dal destino.
La stella allora si dichiara spenta e muore
ed ora è un pugno di cenere il suo splendore.
Perché vince il coyote
il racconto non lo dice ma lo lascia immaginare
la vita è fantasia, è coraggio,
è lotta dura con la voglia di inventare
e se la stella con la coda tante storie raccontava,
la fantasia del coyote col suo fuoco la bruciava
e poi faceva ascoltare l'erba crescere sulla mano
e il grido della risacca di un prossimo uragano.
il racconto non lo dice ma lo lascia immaginare
la vita è fantasia, è coraggio,
è lotta dura con la voglia di inventare
e se la stella con la coda tante storie raccontava,
la fantasia del coyote col suo fuoco la bruciava
e poi faceva ascoltare l'erba crescere sulla mano
e il grido della risacca di un prossimo uragano.
lunedì 2 maggio 2011
"Pallida consolazione" di Hans Magnus Enzenberger
La lotta di tutti contro tutti dovrebbe,
secondo quanto trapela da ambienti
vicini al ministero degli Interni,
essere prossimamente nazionalizzata,
fino all'ultima macchia di sangue.
Tanti saluti a Hobbes.
Guerra civile ad armi impari:
quel che gli uni fanno con la carta bollata
gli altri lo fanno col mitra.
Gli avvelenatori e i piromani
dovranno fondare un sindacato
per difendere il proprio posto di lavoro.
Si osserva un'apertura sempre maggiore
del nostro regime carcerario.
Lavabile, rilegato in plastica nera,
Krapotkin è lì pronto per lo studio:
Sistema del reciproco aiuto in natura. Magra consolazione.
Abbiamo con rammarico appreso
che non esiste giustizia,
e con ancora maggior rammarico
che, come ci assicurano negli ambienti in questione,
stropicciandosi le mani, mai alcunché
del genere potrà, dovrà né saprà esistere.
Dibattuto è tuttavia chi o che cosa
ne abbia colpa. Si tratta del peccato originale
o della genetica? della cura del neonato?
della scarsa educazione sentimentale?
della dieta sbagliata? del Diociassiste?
del predominio del maschio? del capitale?
Del fatto che purtroppo non possiamo impedirci
di violentarci a vicenda,
di metterci in croce alla prima occasione
e di mangiarci gli avanzi, non sarebbe male
scoprire un'adeguata spiegazione,
balsamica per l'intelletto.
Anche se l'obbrobrio quotidiano disturba,
esso tuttavia non ci stupisce.
Ciò che però appare enigmatico
è il tacito aiuto,
la bonarietà senza secondi fini,
nonché l'angelica bontà.
E' dunque gran tempo ormai di elogiare
con lingua infuocata il barman che per ore e ore
ascolta il monologo dell'impotente;
il rappresentante di gallette prodigo
di misericordia, il quale risparmia il colpo mortale
lasciando cadere l'ingiunzione a pagare;
nonché la bigotta, la quale
inaspettatamente accoglie il disertore affranto
che bussa alla sua porta, e lo nasconde;
e il rapitore che al confuso complotto
con un fievole sorriso di felicità
improvvisamente rinuncia, stanco morto;
e noi mettiamo da canto il giornale
rallegrandoci, con un'alzata di spalle, come
quando il pezzo strappalacrime, se Dio vuole, è finito;
quando al cinema si accendono le luci, e fuori
ha smesso di piovere, e allora finalmente
c'infiora le labbra la prima boccata di sigaretta.
secondo quanto trapela da ambienti
vicini al ministero degli Interni,
essere prossimamente nazionalizzata,
fino all'ultima macchia di sangue.
Tanti saluti a Hobbes.
Guerra civile ad armi impari:
quel che gli uni fanno con la carta bollata
gli altri lo fanno col mitra.
Gli avvelenatori e i piromani
dovranno fondare un sindacato
per difendere il proprio posto di lavoro.
Si osserva un'apertura sempre maggiore
del nostro regime carcerario.
Lavabile, rilegato in plastica nera,
Krapotkin è lì pronto per lo studio:
Sistema del reciproco aiuto in natura. Magra consolazione.
Abbiamo con rammarico appreso
che non esiste giustizia,
e con ancora maggior rammarico
che, come ci assicurano negli ambienti in questione,
stropicciandosi le mani, mai alcunché
del genere potrà, dovrà né saprà esistere.
Dibattuto è tuttavia chi o che cosa
ne abbia colpa. Si tratta del peccato originale
o della genetica? della cura del neonato?
della scarsa educazione sentimentale?
della dieta sbagliata? del Diociassiste?
del predominio del maschio? del capitale?
Del fatto che purtroppo non possiamo impedirci
di violentarci a vicenda,
di metterci in croce alla prima occasione
e di mangiarci gli avanzi, non sarebbe male
scoprire un'adeguata spiegazione,
balsamica per l'intelletto.
Anche se l'obbrobrio quotidiano disturba,
esso tuttavia non ci stupisce.
Ciò che però appare enigmatico
è il tacito aiuto,
la bonarietà senza secondi fini,
nonché l'angelica bontà.
E' dunque gran tempo ormai di elogiare
con lingua infuocata il barman che per ore e ore
ascolta il monologo dell'impotente;
il rappresentante di gallette prodigo
di misericordia, il quale risparmia il colpo mortale
lasciando cadere l'ingiunzione a pagare;
nonché la bigotta, la quale
inaspettatamente accoglie il disertore affranto
che bussa alla sua porta, e lo nasconde;
e il rapitore che al confuso complotto
con un fievole sorriso di felicità
improvvisamente rinuncia, stanco morto;
e noi mettiamo da canto il giornale
rallegrandoci, con un'alzata di spalle, come
quando il pezzo strappalacrime, se Dio vuole, è finito;
quando al cinema si accendono le luci, e fuori
ha smesso di piovere, e allora finalmente
c'infiora le labbra la prima boccata di sigaretta.
venerdì 22 aprile 2011
Il Paese Della Muffa - Ernesto Ragazzoni - 1901
È il regno della burocrazia, l'acqua morta degli uffici, il mondo degli impiegati; tutta la malsana esalazione che vien su da quel sistema di apparecchi amministrativi i quali non sembrano avere altro scopo che quello di tramutare in inchiostro ed in carta, in statistiche, in elenchi e di seppellire in un archivio – di volgere in muffa, in una parola – le forze vive, le belle energie, le grandi funzioni della società. I succhi, le virtú, le linfe, cosí, destinati ad una efflorescenza gloriosa si sperperano e si consumano in una tisica vegetazione parassitaria. Tutta la vita moderna viene a decomporsi qui: il commercio, la finanza, l'industria, la politica, l'istruzione, l'arte persino, soffrono di questo male, sono diventati un monopolio della burocrazia e ridotti a pagar la decima e a servir da vassalli a non so quante legioni di ufficiali sedentari, e di capi sezione e di capi divisione acefali. Imperocché le nazioni, oggi, hanno questo cancro in mezzo il petto: l'impiegatume che ha eretto il parassitismo a sistema, creato la tirannide dei funzionari e labirinti amministrativi tali in cui, per venire a capo, non c'è filo d'Arianna che tenga, e le cui lusinghe distolgono tante giovani fibre da un lavoro veramente utile e produttivo. Il burocrata nondimeno giunge a credere di essere lui l'ipostasi, l'incarnazione dello Stato e della fortuna di questo ed il posarla da sommo pontefice, da gran lama, da caimacan gli pare suo diritto. Chi non ha esperimentato il sussiego e la boria del funzionario al dí d'oggi? Era più facile il trovar giustizia, riparazione, compenso un tempo sotto un governo assoluto! piú agevole infatti era accedere al tiranno, allora, che non sia adesso essere ricevuto da un segretario capo qualsiasi, il quale vi fa passare per tali interminabili trafile gerarchiche, e soffrire tali ore d'anticamera, che smarriti, esauriti di forze, dovete alla fine rassegnarvi e desistere da ogni impresa.
Cosí, a poco a poco, è cresciuto e si è fortificato il piú opprimente e vigliacco dei dispotismi: quello anonimo ed irresponsabile, che non deriva da uno solo, che non può essere raggiunto e colpito in una persona, che non ha mai il coraggio di apertamente confessarsi, e sé dentro sé cela ipocritamente.
Tale corruzione non può provenire che da un organismo corrotto, e l'azione deleteria che la burocrazia esercita all'esterno è solo il risultato del morbo onde internamente essa è infetta. Le anime mediocri, grette, sonnolenti non hanno mai prodotto alcun che di grande e di vitale, e l'anima della burocrazia, risultante di mille piccole fatuità, di mille ridicole pretese, di mille pregiudizi idioti, di mille vanità, di mille rancori, di mille invidiuzze, di mille volgarità, non è nemmeno un'anima, ma una forza brutale, inconsapevole e schiacciante.
Già essa incomincia a non esser mossa da alcun cervello, a non essere riscaldata, illuminata da alcuna idealità.
L'attività non serve a nulla in questo regno dove non è richiesta che la passività piú assoluta, l'abdicazione piú completa di sé stessi. L'ingegno esso medesimo è un inciampo. Infatti, che cosa è l'ingegno? una forza, una virtú che tanto piú caratterizza, distingue l'individuo, quanto piú essa è viva e grande. Piú forte è l'ingegno e piú forte è la personalità. Ora la burocrazia non può ammettere tutto questo: nulla deve sorpassare nelle sue file, niuno deve uscirne, epperò la prima cosa a cui essa si applica è la riduzione allo stesso denominatore di ogni individualità, al livellamento intellettuale e morale delle sue reclute. Piú che di cervelli che lavorano è di schiene docili che essa ha bisogno; piú che l'obbedienza razionale e consciente è la servilità che essa esige.
Il bigio, il bigio muto, il bigio uniforme, il bigio, la tinta della bruma e della muffa, sembra esser stato creato proprio per diventare il suo colore araldico. Il bigio e nulla piú! e il rosso, naturalmente, l'azzurro ed il violetto, le tinte schiette e decise alla cui luce quel bigio potrebbe apparire ciò che realmente è, vale a dire una macchia meschina e sbiadita, sono considerati come pericolosi, colori ribelli da essere senza indugio smorzati ed assorbiti.
L'impiegato ha sempre in sé qualcosa della vecchia zitella, il rancore basso della persona sterile contro l'uomo superiore, l'eletto che crea e feconda. E guai a quegli che si lascia prendere in questo padule! che non sa reagire a tempo contro questo vapore letale solo conveniente alle muffe ed alle fungaie! C'è un'atmosfera morale come c'è una atmosfera fisica, e cosí, allo stesso modo che si dànno esalazioni fisiche che corrompono l'aria respirabile, si dànno esalazioni psichiche che corrompono l'ambiente morale o sensibile. Date condensazioni d'anime hanno il potere di spegnere un'individualità come dati gas mefitici hanno il potere di spegnere una fiamma. I caratteri aperti, leali, generosi e quindi i piú sensibili, i piú delicati, i piú facili a soffrire gli urti e le offese, come è possibile si reggano e si mantengano in questo ambiente chiuso della burocrazia dove franchezza è sinonimo di insubordinazione e dignità, generosità valgono pretensione e follia?
Le virtú hanno d'uopo di slancio, ma la burocrazia non ha nulla a che vedere né cogli slanci, né colle virtú. Essa bada solo ad avere sotto le mani un dato numero d'automi e le coscienze ed i cervelli piú facilmente riconducibili a zero sono i suoi eletti. È tra il fior fiore di questi zeri, anzi, che essa recluta ed elegge il suo stato maggiore. Nata cogli istinti della servitú ed abituata e servire, simile gente non ha, né potrà avere mai alcuna di quelle doti veramente superiori le quali conferiscono prestigio all'individuo e dànno naturalmente il diritto alla dominazione. Nulla di cosí poco autorevole come queste autorità pennaiuole; i cosí detti superiori non son tali che in ciò che riguarda lo stipendio. Cosí essi surrogano il valore e il decoro, che non hanno, coll'altezzosità, colla prosopopea, col sussiego, e non per altro sono cosí esigenti nel pretendersi intorno tutte le formule e tutte le manifestazioni della deferenza, della stima, del rispetto che perché ciò basta a dar loro l'illusione di esserne veramente degni.
Alla scialba e timida plebe degli scribacchini, tuttavia, formicolante e confinata nei bassi gradi della Siberia burocratica, tutti questi mandarini viventi in climi piú caldi, sotto le piante rare delle gratificazioni e delle onorificenze rappresentano un potere sacro, senza appello, infallibile. Una delle caratteristiche che meglio tradisce la piccineria, la nullità di tal povera gente subalterna è la reverenza involontaria, macchinale, istintiva per ogni sorta di alti papaveri. La laboriosità, la pazienza di classificare e di ordinare le piccole cose, il senso della regolarità, la prudenza (quella del verme che fa ogni possibile per annichilirsi davanti al tallone che lo minaccia) sono tutte le sue virtú; virtú sterili e senza alcuna nobiltà. Del resto l'impiegato non è altro che un organismo educato al calcolo: e ciò a tal punto che lo stesso suo vizio prediletto, l'abitudine piú comune in tal casta non è già il vino o la donna, ma il giuoco. Il pettegolezzo a proposito di inezie è, qui, la sola forma della conversazione e la maldicenza il solo spirito che la anima. La bugia stessa, la menzogna sono cose troppo grandi pel burocrata e che richiedono già un certo grado d'immaginazione: pei suoi bisogni la simulazione è sufficiente.
L'aggregazione di molte mediocrità in istato di servaggio ed in continua insidia per soverchiarsi l'una l'altra, non può produrre fenomeni differenti. Ma intanto questa mediocrità, vera muffa sociale, protetta dalla sua stessa bassezza, vegeta, trionfa, si distende ed il lezzo del suo respiro ammorba, avvelena ogni attività ed ogni vita, senza riparo, irremissibilmente.
Cosí, a poco a poco, è cresciuto e si è fortificato il piú opprimente e vigliacco dei dispotismi: quello anonimo ed irresponsabile, che non deriva da uno solo, che non può essere raggiunto e colpito in una persona, che non ha mai il coraggio di apertamente confessarsi, e sé dentro sé cela ipocritamente.
Tale corruzione non può provenire che da un organismo corrotto, e l'azione deleteria che la burocrazia esercita all'esterno è solo il risultato del morbo onde internamente essa è infetta. Le anime mediocri, grette, sonnolenti non hanno mai prodotto alcun che di grande e di vitale, e l'anima della burocrazia, risultante di mille piccole fatuità, di mille ridicole pretese, di mille pregiudizi idioti, di mille vanità, di mille rancori, di mille invidiuzze, di mille volgarità, non è nemmeno un'anima, ma una forza brutale, inconsapevole e schiacciante.
Già essa incomincia a non esser mossa da alcun cervello, a non essere riscaldata, illuminata da alcuna idealità.
L'attività non serve a nulla in questo regno dove non è richiesta che la passività piú assoluta, l'abdicazione piú completa di sé stessi. L'ingegno esso medesimo è un inciampo. Infatti, che cosa è l'ingegno? una forza, una virtú che tanto piú caratterizza, distingue l'individuo, quanto piú essa è viva e grande. Piú forte è l'ingegno e piú forte è la personalità. Ora la burocrazia non può ammettere tutto questo: nulla deve sorpassare nelle sue file, niuno deve uscirne, epperò la prima cosa a cui essa si applica è la riduzione allo stesso denominatore di ogni individualità, al livellamento intellettuale e morale delle sue reclute. Piú che di cervelli che lavorano è di schiene docili che essa ha bisogno; piú che l'obbedienza razionale e consciente è la servilità che essa esige.
Il bigio, il bigio muto, il bigio uniforme, il bigio, la tinta della bruma e della muffa, sembra esser stato creato proprio per diventare il suo colore araldico. Il bigio e nulla piú! e il rosso, naturalmente, l'azzurro ed il violetto, le tinte schiette e decise alla cui luce quel bigio potrebbe apparire ciò che realmente è, vale a dire una macchia meschina e sbiadita, sono considerati come pericolosi, colori ribelli da essere senza indugio smorzati ed assorbiti.
L'impiegato ha sempre in sé qualcosa della vecchia zitella, il rancore basso della persona sterile contro l'uomo superiore, l'eletto che crea e feconda. E guai a quegli che si lascia prendere in questo padule! che non sa reagire a tempo contro questo vapore letale solo conveniente alle muffe ed alle fungaie! C'è un'atmosfera morale come c'è una atmosfera fisica, e cosí, allo stesso modo che si dànno esalazioni fisiche che corrompono l'aria respirabile, si dànno esalazioni psichiche che corrompono l'ambiente morale o sensibile. Date condensazioni d'anime hanno il potere di spegnere un'individualità come dati gas mefitici hanno il potere di spegnere una fiamma. I caratteri aperti, leali, generosi e quindi i piú sensibili, i piú delicati, i piú facili a soffrire gli urti e le offese, come è possibile si reggano e si mantengano in questo ambiente chiuso della burocrazia dove franchezza è sinonimo di insubordinazione e dignità, generosità valgono pretensione e follia?
Le virtú hanno d'uopo di slancio, ma la burocrazia non ha nulla a che vedere né cogli slanci, né colle virtú. Essa bada solo ad avere sotto le mani un dato numero d'automi e le coscienze ed i cervelli piú facilmente riconducibili a zero sono i suoi eletti. È tra il fior fiore di questi zeri, anzi, che essa recluta ed elegge il suo stato maggiore. Nata cogli istinti della servitú ed abituata e servire, simile gente non ha, né potrà avere mai alcuna di quelle doti veramente superiori le quali conferiscono prestigio all'individuo e dànno naturalmente il diritto alla dominazione. Nulla di cosí poco autorevole come queste autorità pennaiuole; i cosí detti superiori non son tali che in ciò che riguarda lo stipendio. Cosí essi surrogano il valore e il decoro, che non hanno, coll'altezzosità, colla prosopopea, col sussiego, e non per altro sono cosí esigenti nel pretendersi intorno tutte le formule e tutte le manifestazioni della deferenza, della stima, del rispetto che perché ciò basta a dar loro l'illusione di esserne veramente degni.
Alla scialba e timida plebe degli scribacchini, tuttavia, formicolante e confinata nei bassi gradi della Siberia burocratica, tutti questi mandarini viventi in climi piú caldi, sotto le piante rare delle gratificazioni e delle onorificenze rappresentano un potere sacro, senza appello, infallibile. Una delle caratteristiche che meglio tradisce la piccineria, la nullità di tal povera gente subalterna è la reverenza involontaria, macchinale, istintiva per ogni sorta di alti papaveri. La laboriosità, la pazienza di classificare e di ordinare le piccole cose, il senso della regolarità, la prudenza (quella del verme che fa ogni possibile per annichilirsi davanti al tallone che lo minaccia) sono tutte le sue virtú; virtú sterili e senza alcuna nobiltà. Del resto l'impiegato non è altro che un organismo educato al calcolo: e ciò a tal punto che lo stesso suo vizio prediletto, l'abitudine piú comune in tal casta non è già il vino o la donna, ma il giuoco. Il pettegolezzo a proposito di inezie è, qui, la sola forma della conversazione e la maldicenza il solo spirito che la anima. La bugia stessa, la menzogna sono cose troppo grandi pel burocrata e che richiedono già un certo grado d'immaginazione: pei suoi bisogni la simulazione è sufficiente.
L'aggregazione di molte mediocrità in istato di servaggio ed in continua insidia per soverchiarsi l'una l'altra, non può produrre fenomeni differenti. Ma intanto questa mediocrità, vera muffa sociale, protetta dalla sua stessa bassezza, vegeta, trionfa, si distende ed il lezzo del suo respiro ammorba, avvelena ogni attività ed ogni vita, senza riparo, irremissibilmente.
Il Teorema Di Pitagora
I tempi sono tristi! Il vecchio mondo s'usa
a trascinarsi il fianco nel giro dei pianeti!
Le balene si fan sempre piú rare, i feti
voglion dar fuoco all'alcool ove la vita han chiusa.
Per consolarti, o povera anima mia, ripeti:
il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.
Anima mia, rammenti? dall'ombre d'oggi illusa,
questo non ti riporta al raggio dei dí lieti?
O che non ci fiorivano nel cuor tutti i roseti
al tempo in cui a zuffa coll'algebra confusa,
sui banchi imparavamo, monelli irrequïeti,
che il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti?
Ora, i tempi a mal volgono. L'un polo l'altro accusa
di accaparrarsi il ghiaccio, e sono ambo inquieti;
l'oche pretendon esser – ahimè! – cigni; i poeti
annegano in tropp'acqua il vino della musa;
le questioni scottanti brucian tutti i tappeti;
ma il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.
Il cannone, Tamagno delle battaglie, abusa
della sua voce, e fulmina. – O dunque, dai roveti
ardenti piú non parlano i Jeova ai profeti?
Non tentenna la terra a un guardo di Medusa?
Un mane, techel, phares è a tutte le pareti...
Ma il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.
La vita è una prigione in che l'anima hai chiusa,
uomo, ed invano brancoli cercando alle pareti.
Sono di là da quelle i bei fonti segreti
ove tu aneli, e dove la pura gioia è fusa.
Qui, solo hai qualche gocciola di ver per le tue seti.
Il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.
(Ernesto Ragazzoni)
a trascinarsi il fianco nel giro dei pianeti!
Le balene si fan sempre piú rare, i feti
voglion dar fuoco all'alcool ove la vita han chiusa.
Per consolarti, o povera anima mia, ripeti:
il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.
Anima mia, rammenti? dall'ombre d'oggi illusa,
questo non ti riporta al raggio dei dí lieti?
O che non ci fiorivano nel cuor tutti i roseti
al tempo in cui a zuffa coll'algebra confusa,
sui banchi imparavamo, monelli irrequïeti,
che il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti?
Ora, i tempi a mal volgono. L'un polo l'altro accusa
di accaparrarsi il ghiaccio, e sono ambo inquieti;
l'oche pretendon esser – ahimè! – cigni; i poeti
annegano in tropp'acqua il vino della musa;
le questioni scottanti brucian tutti i tappeti;
ma il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.
Il cannone, Tamagno delle battaglie, abusa
della sua voce, e fulmina. – O dunque, dai roveti
ardenti piú non parlano i Jeova ai profeti?
Non tentenna la terra a un guardo di Medusa?
Un mane, techel, phares è a tutte le pareti...
Ma il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.
La vita è una prigione in che l'anima hai chiusa,
uomo, ed invano brancoli cercando alle pareti.
Sono di là da quelle i bei fonti segreti
ove tu aneli, e dove la pura gioia è fusa.
Qui, solo hai qualche gocciola di ver per le tue seti.
Il quadrato costrutto sovra l'ipotenusa
è la somma di quelli fatti sui due cateti.
(Ernesto Ragazzoni)
lunedì 18 aprile 2011
Lasciatemi Divertire
Tri, tri tri
Fru fru fru,
uhi uhi uhi,
ihu ihu, ihu.
Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente.
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.
Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!
Cosa sono queste indecenze?
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche,
Sono la mia passione.
Farafarafarafa,
Tarataratarata,
Paraparaparapa,
Laralaralarala!
Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la... spazzatura
delle altre poesie,
Bubububu,
fufufufu,
Friù!
Friù!
Se d’un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?
Bilobilobiobilobilo
blum!
Filofilofilofilofilo
flum!
Bilolù. Filolù,
U.
Non è vero che non voglion dire,
vogliono dire qualcosa.
Voglion dire...
come quando uno si mette a cantare
senza saper le parole.
Una cosa molto volgare.
Ebbene, così mi piace di fare.
Aaaaa!
Eeeee!
liii!
Qoooo!
Uuuuu!
A! E! I! O! U!
Ma giovinotto,
diteci un poco una cosa,
non è la vostra una posa,
di voler con cosi poco
tenere alimentato
un sì gran foco?
Huisc... Huiusc...
Huisciu... sciu sciu,
Sciukoku... Koku koku,
Sciu
ko
ku.
Come si deve fare a capire?
Avete delle belle pretese,
sembra ormai che scriviate
in giapponese,
Abi, alì, alarì.
Riririri!
Ri.
Lasciate pure che si sbizzarrisca,
anzi, è bene che non lo finisca,
il divertimento gli costerà caro:
gli daranno del somaro.
Labala
falala
falala
eppoi lala...
e lala, lalalalala lalala.
Certo è un azzardo un po’ forte
scrivere delle cose così,
che ci son professori, oggidì,
a tutte le porte.
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Infine,
io ho pienamente ragione,
i tempi sono cambiati,
gli uomini non domandano più nulla
dai poeti:
e lasciatemi divertire!
(Aldo Palazzeschi)
Fru fru fru,
uhi uhi uhi,
ihu ihu, ihu.
Il poeta si diverte,
pazzamente,
smisuratamente.
Non lo state a insolentire,
lasciatelo divertire
poveretto,
queste piccole corbellerie
sono il suo diletto.
Cucù rurù,
rurù cucù,
cuccuccurucù!
Cosa sono queste indecenze?
Queste strofe bisbetiche?
Licenze, licenze,
licenze poetiche,
Sono la mia passione.
Farafarafarafa,
Tarataratarata,
Paraparaparapa,
Laralaralarala!
Sapete cosa sono?
Sono robe avanzate,
non sono grullerie,
sono la... spazzatura
delle altre poesie,
Bubububu,
fufufufu,
Friù!
Friù!
Se d’un qualunque nesso
son prive,
perché le scrive
quel fesso?
Bilobilobiobilobilo
blum!
Filofilofilofilofilo
flum!
Bilolù. Filolù,
U.
Non è vero che non voglion dire,
vogliono dire qualcosa.
Voglion dire...
come quando uno si mette a cantare
senza saper le parole.
Una cosa molto volgare.
Ebbene, così mi piace di fare.
Aaaaa!
Eeeee!
liii!
Qoooo!
Uuuuu!
A! E! I! O! U!
Ma giovinotto,
diteci un poco una cosa,
non è la vostra una posa,
di voler con cosi poco
tenere alimentato
un sì gran foco?
Huisc... Huiusc...
Huisciu... sciu sciu,
Sciukoku... Koku koku,
Sciu
ko
ku.
Come si deve fare a capire?
Avete delle belle pretese,
sembra ormai che scriviate
in giapponese,
Abi, alì, alarì.
Riririri!
Ri.
Lasciate pure che si sbizzarrisca,
anzi, è bene che non lo finisca,
il divertimento gli costerà caro:
gli daranno del somaro.
Labala
falala
falala
eppoi lala...
e lala, lalalalala lalala.
Certo è un azzardo un po’ forte
scrivere delle cose così,
che ci son professori, oggidì,
a tutte le porte.
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Ahahahahahahah!
Infine,
io ho pienamente ragione,
i tempi sono cambiati,
gli uomini non domandano più nulla
dai poeti:
e lasciatemi divertire!
(Aldo Palazzeschi)
giovedì 31 marzo 2011
Discorso di Giacomo Matteotti 1924
Presidente.[1] Ha chiesto di parlare l’onorevole Matteotti. Ne ha facoltà[2].
Giacomo Matteotti. Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle elezioni la proposta di convalida di numerosi colleghi. Nessuno certamente, degli appartenenti a questa Assemblea, all’infuori credo dei componenti la Giunta delle elezioni, saprebbe ridire l’elenco dei nomi letti per la convalida, nessuno, né della Camera né delle tribune della stampa. (Vive interruzioni alla destra e al centro)
Dario Lupi.[3] È passato il tempo in cui si parlava per le tribune!
Giacomo Matteotti. Certo la pubblicità è per voi un’istituzione dello stupidissimo secolo XIX. (Vivi rumori. Interruzioni alla destra e al centro) Comunque, dicevo, in questo momento non esiste da parte dell’Assemblea una conoscenza esatta dell’oggetto sul quale si delibera. Soltanto per quei pochissimi nomi che abbiamo potuto afferrare alla lettura, possiamo immaginare che essi rappresentino una parte della maggioranza. Ora, contro la loro convalida noi presentiamo questa pura e semplice eccezione: cioè, che la lista di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di quattro milioni e tanti voti... (Interruzioni).
Voci al centro: "Ed anche più!"
Giacomo Matteotti. ... cotesta lista non li ha ottenuti, di fatto e liberamente, ed è dubitabile quindi se essa abbia ottenuto quel tanto di percentuale che è necessario (Interruzioni. Proteste) per conquistare, anche secondo la vostra legge, i due terzi dei posti che le sono stati attribuiti! Potrebbe darsi che i nomi letti dal Presidente: siano di quei capilista che resterebbero eletti anche se, invece del premio di maggioranza, si applicasse la proporzionale pura in ogni circoscrizione. Ma poiché nessuno ha udito i nomi, e non è stata premessa nessuna affermazione generica di tale specie, probabilmente tali tutti non sono, e quindi contestiamo in questo luogo e in tronco la validità della elezione della maggioranza (Rumori vivissimi). Vorrei pregare almeno i colleghi, sulla elezione dei quali oggi si giudica, di astenersi per lo meno dai rumori, se non dal voto. (Vivi commenti - Proteste - Interruzioni alla destra e al centro)
Maurizio Maraviglia.[4] In contestazione non c’è nessuno, diversamente si asterrebbe!
Giacomo Matteotti. Noi contestiamo....
Maurizio Maraviglia. Allora contestate voi!
Giacomo Matteotti. Certo sarebbe Maraviglia se contestasse lei! L’elezione, secondo noi, è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. In primo luogo abbiamo la dichiarazione fatta esplicitamente dal governo, ripetuta da tutti gli organi della stampa ufficiale, ripetuta dagli oratori fascisti in tutti i comizi, che le elezioni non avevano che un valore assai relativo, in quanto che il Governo non si sentiva soggetto al responso elettorale, ma che in ogni caso - come ha dichiarato replicatamente - avrebbe mantenuto il potere con la forza, anche se... (Vivaci interruzioni a destra e al centro. Movimenti dell’onorevole Presidente del Consiglio)
Voci a destra: "Sì, sì! Noi abbiamo fatto la guerra!" (Applausi alla destra e al centro).
Giacomo Matteotti. Codesti vostri applausi sono la conferma precisa della fondatezza dei mio ragionamento. Per vostra stessa conferma dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà... (Rumori, proteste e interruzioni a destra) Nessun elettore si è trovato libero di fronte a questo quesito...
Maurizio Maraviglia. Hanno votato otto milioni di italiani!
Giacomo Matteotti. ... se cioè egli approvava o non approvava la politica o, per meglio dire, il regime del Governo fascista. Nessuno si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori che, se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c’era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso. (Rumori e interruzioni a destra)
Una voce a destra: "E i due milioni di voti che hanno preso le minoranze?"
Roberto Farinacci.[5] Potevate fare la rivoluzione!
Maurizio Maraviglia. Sarebbero stati due milioni di eroi!
Giacomo Matteotti. A rinforzare tale proposito del Governo, esiste una milizia armata... (Applausi vivissimi e prolungati a destra e grida di "Viva la milizia")
Voci a destra: "Vi scotta la milizia!"
Giacomo Matteotti. ... esiste una milizia armata... (Interruzioni a destra, rumori prolungati)
Voci: "Basta! Basta!"
Presidente. Onorevole Matteotti, si attenga all’argomento.
Giacomo Matteotti. Onorevole Presidente, forse ella non m’intende; ma io parlo di elezioni. Esiste una milizia armata... (Interruzioni a destra) la quale ha questo fondamentale e dichiarato scopo: di sostenere un determinato Capo del Governo bene indicato e nominato nel Capo del fascismo e non, a differenza dell’Esercito, il Capo dello Stato. (Interruzioni e rumori a destra)
Voci: a destra: "E le guardie rosse?"
Giacomo Matteotti. Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse. (Commenti) In aggiunta e in particolare... (Interruzioni) mentre per la legge elettorale la milizia avrebbe dovuto astenersi, essendo in funzione o quando era in funzione, e mentre di fatto in tutta l’Italia specialmente rurale abbiamo constatato in quei giorni la presenza di militi nazionali in gran numero... (Interruzioni, rumori)
Roberto Farinacci. Erano i balilla!
Giacomo Matteotti. È vero, on. Farinacci, in molti luoghi hanno votato anche i balilla! (Approvazioni all’estrema sinistra, rumori a destra e al centro)
Voce al centro: "Hanno votato i disertori per voi!"
Enrico Gonzales.[6] Spirito denaturato e rettificato!
Giacomo Matteotti. Dicevo dunque che, mentre abbiamo visto numerosi di questi militi in ogni città e più ancora nelle campagne (Interruzioni), gli elenchi degli obbligati alla astensione, depositati presso i Comuni, erano ridicolmente ridotti a tre o quattro persone per ogni città, per dare l’illusione dell’osservanza di una legge apertamente violata, conforme lo stesso pensiero espresso dal Presidente del Consiglio che affidava ai militi fascisti la custodia delle cabine. (Rumori) A parte questo argomento del proposito del Governo di reggersi anche con la forza contro il consenso e del fatto di una milizia a disposizione di un partito che impedisce all’inizio e fondamentalmente la libera espressione della sovranità popolare ed elettorale e che invalida in blocco l’ultima elezione in Italia, c’è poi una serie di fatti che successivamente ha viziate e annullate tutte le singole manifestazioni elettorali. (Interruzioni, commenti)
Voci: a destra: "Perché avete paura! Perché scappate!"
Giacomo Matteotti. Forse al Messico si usano fare le elezioni non con le schede, ma col coraggio di fronte alle rivoltelle. (Vivi rumori. Interruzioni, approvazioni all’estrema sinistra) E chiedo scusa al Messico, se non è vero! (Rumori prolungati) I fatti cui accenno si possono riassumere secondo i diversi momenti delle elezioni. La legge elettorale chiede... (Interruzioni, rumori)
Paolo Greco. È ora di finirla! Voi svalorizzate il Parlamento!
Giacomo Matteotti. E allora sciogliete il Parlamento.
Paolo Greco. Voi non rispettate la maggioranza e non avete diritto di essere rispettati.
Giacomo Matteotti. Ciascun partito doveva, secondo la legge elettorale, presentare la propria lista di candidati... (Vivi rumori)
Maurizio Maraviglia. Ma parli sulla proposta dell’onorevole Presutti.
Giacomo Matteotti. Richiami dunque lei all’ordine il Presidente! La presentazione delle liste - dicevo - deve avvenire in ogni circoscrizione mediante un documento notarile a cui vanno apposte dalle trecento alle cinquecento firme. Ebbene, onorevoli colleghi, in sei circoscrizioni su quindici le operazioni notarili che si compiono privatamente nello studio di un notaio, fuori della vista pubblica e di quelle che voi chiamate "provocazioni", sono state impedite con violenza. (Rumori vivissimi)
Giuseppe Bastianini. Questo lo dice lei!
Voci dalla destra: "Non è vero, non è vero."
Giacomo Matteotti. Volete i singoli fatti? Eccoli: ad Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo le trecento firme e la sua casa è stata circondata... (Rumori)
Maurizio Maraviglia. Non è vero. Lo inventa lei in questo momento.
Roberto Farinacci. Va a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto!
Giacomo Matteotti. Fareste il vostro mestiere!
Emilio Lussu. È la verità, è la verità!...
Giacomo Matteotti. A Melfi... (Rumori vivissimi - Interruzioni) a Melfi è stata impedita la raccolta delle firme con la violenza (Rumori). In Puglia fu bastonato perfino un notaio (Rumori vivissimi)
Gino Aldi-Mai. Ma questo nei ricorsi non c’è! In nessuno dei ricorsi! Ho visto gli atti delle Puglie e in nessun ricorso è accennato il fatto di cui parla l’on. Matteotti.
Roberto Farinacci. Vi faremo cambiare sistema! E dire che sono quelli che vogliono la normalizzazione!
Giacomo Matteotti. A Genova (Rumori vivissimi) i fogli con le firme già raccolte furono portati via dal tavolo su cui erano stati firmati
Voci: "Perché erano falsi."
Giacomo Matteotti. Se erano falsi, dovevate denunciarli ai magistrati!
Roberto Farinacci. Perché non ha fatto i reclami alla Giunta delle elezioni?
Giacomo Matteotti. Ci sono.
Una voce dal banco delle commissioni: "No, non ci sono, li inventa lei."
Presidente. La Giunta delle elezioni dovrebbe dare esempio di compostezza! I componenti della Giunta delle elezioni parleranno dopo. Onorevole Matteotti, continui.
Giacomo Matteotti. Io espongo fatti che non dovrebbero provocare rumori. I fatti o sono veri o li dimostrate falsi. Non c’è offesa, non c’è ingiuria per nessuno in ciò che dico: c’è una descrizione di fatti.
Attilio Teruzzi. Che non esistono!
Giacomo Matteotti. Da parte degli onorevoli componenti della Giunta delle elezioni si protesta che alcuni di questi fatti non sono dedotti o documentati presso la Giunta delle elezioni. Ma voi sapete benissimo come una situazione e un regime di violenza non solo determinino i fatti stessi, ma impediscano spesse volte la denuncia e il reclamo formale. Voi sapete che persone, le quali hanno dato il loro nome per attestare sopra un giornale o in un documento che un fatto era avvenuto, sono state immediatamente percosse e messe quindi nella impossibilità di confermare il fatto stesso. Già nelle elezioni del 1921, quando ottenni da questa Camera l’annullamento per violenze di una prima elezione fascista, molti di coloro che attestarono i fatti davanti alla Giunta delle elezioni, furono chiamati alla sede fascista, furono loro mostrate le copie degli atti esistenti presso la Giunta delle elezioni illecitamente comunicate, facendo ad essi un vero e proprio processo privato perché avevano attestato il vero o firmato i documenti! In seguito al processo fascista essi furono boicottati dal lavoro o percossi. (Rumori, interruzioni)
Voci: a destra: "Lo provi."
Giacomo Matteotti. La stessa Giunta delle elezioni ricevette allora le prove del fatto. Ed è per questo, onorevoli colleghi, che noi spesso siamo costretti a portare in questa Camera l’eco di quelle proteste che altrimenti nel Paese non possono avere alcun’altra voce ed espressione. (Applausi all’estrema sinistra) In sei circoscrizioni, abbiamo detto, le formalità notarili furono impedite colla violenza, e per arrivare in tempo si dovette supplire malamente e come si poté con nuove firme in altre provincie. A Reggio Calabria, per esempio, abbiamo dovuto provvedere con nuove firme per supplire quelle che in Basilicata erano state impedite.
Una voce al banco della giunta: "Dove furono impedite?"
Giacomo Matteotti. A Melfi, a Iglesias, in Puglia... devo ripetere? (Interruzioni, rumori) Presupposto essenziale di ogni elezione è che i candidati, cioè coloro che domandano al suffragio elettorale il voto, possano esporre, in contraddittorio con il programma del Governo, in pubblici comizi o anche in privati locali, le loro opinioni. In Italia, nella massima parte dei luoghi, anzi quasi da per tutto, questo non fu possibile.
Una voce:"Non è vero! Parli l’onorevole Mazzoni!" (Rumori)
Giacomo Matteotti. Su ottomila comuni italiani, e su mille candidati delle minoranze, la possibilità è stata ridotta a un piccolissimo numero di casi, soltanto là dove il partito dominante ha consentito per alcune ragioni particolari o di luogo o di persona. (Interruzioni, rumori) Volete i fatti? La Camera ricorderà l’incidente occorso al collega Gonzales.
Attilio Teruzzi. Noi ci ricordiamo del 1919, quando buttavate gli ufficiali nel Naviglio. lo, per un anno, sono andato a casa con la pena di morte sulla testa!
Giacomo Matteotti. Onorevoli colleghi, se voi volete contrapporci altre elezioni, ebbene io domando la testimonianza di un uomo che siede al banco del Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo avversario che non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel 1919.
Voci: "Non è vero! non è vero!"
Aldo Finzi.[7] Michele Bianchi! Proprio lei ha impedito di parlare a Michele Bianchi!
Giacomo Matteotti. Lei dice il falso! (Interruzioni, rumori) Il fatto è semplicemente questo, che l’onorevole Michele Bianchi con altri teneva un comizio a Badia Polesine. Alla fine del comizio che essi tennero sono arrivato io e ho domandato la parola in contraddittorio. Essi rifiutarono e se ne andarono e io rimasi a parlare. (Rumori, interruzioni)
Aldo Finzi. Non è così!
Giacomo Matteotti. Porterò i giornali vostri che lo attestano.
Aldo Finzi. Lo domandi all’onorevole Merlin che è più vicino a lei! L’onorevole Merlin cristianamente deporrà.
Giacomo Matteotti. L’on. Merlin ha avuto numerosi contraddittori con me, e nessuno fu impedito e stroncato. Ma lasciamo stare il passato. Non dovevate voi essere i rinnovatori del costume italiano? Non dovevate voi essere coloro che avrebbero portato un nuovo costume morale nelle elezioni? (Rumori) E, signori che mi interrompete, anche qui nell’assemblea? (Rumori a destra)
Attilio Teruzzi. È ora di finirla con queste falsità.
Giacomo Matteotti. L’inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a Genova, con una conferenza privata e per inviti da parte dell’onorevole Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all’oratore di aprire nemmeno la bocca. (Rumori, interruzioni, apostrofi)
Una voce:" Non è vero, non fu impedito niente." (Rumori)
Giacomo Matteotti. Allora rettifico! Se l’onorevole Gonzales dovette passare 8 giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu bastonato. (Rumori, interruzioni) L’onorevole Gonzales, che è uno studioso di San Francesco, si è forse autoflagellato! (Si ride. Interruzioni) A Napoli doveva parlare... (Rumori vivissimi, scambio di apostrofi fra alcuni deputati che siedono all’estrema sinistra)
Presidente. Onorevoli colleghi, io deploro quello che accade. Prendano posto e non turbino la discussione! Onorevole Matteotti, prosegua, sia breve, e concluda.
Giacomo Matteotti. L’Assemblea deve tenere conto che io debbo parlare per improvvisazione, e che mi limito...
Voci: "Si vede che improvvisa! E dice che porta dei fatti!"
Enrico Gonzales. I fatti non sono improvvisati! (Rumori)
Giacomo Matteotti. Mi limito, dico, alla nuda e cruda esposizione di alcuni fatti. Ma se per tale forma di esposizione domando il compatimento dell’Assemblea... (Rumori) non comprendo come i fatti senza aggettivi e senza ingiurie possano sollevare urla e rumori. Dicevo dunque che ai candidati non fu lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro pensiero in contraddittorio con quello del Governo fascista e accennavo al fatto dell’onorevole Gonzales, accennavo al fatto dell’onorevole Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo dell’opposizione costituzionale, l’onorevole Amendola [8], e che fu impedita... (Oh, oh! - Rumori)
Voci: a destra: "Ma che costituzionale! Sovversivo come voi! Siete d’accordo tutti!"
Giacomo Matteotti. Vuol dire dunque che il termine "sovversivo" ha molta elasticità!
Paolo Greco. Chiedo di parlare sulle affermazioni dell’onorevole Matteotti.
Giacomo Matteotti. L’onorevole Amendola fu impedito di tenere la sua conferenza, per la mobilitazione, documentata, da parte di comandanti di corpi armati, i quali intervennero in città...
Enrico Presutti. Dica bande armate, non corpi armati!
Giacomo Matteotti. Bande armate, le quali impedirono la pubblica e libera conferenza. (Rumori) Del resto, noi ci siamo trovati in queste condizioni: su 100 dei nostri candidati, circa 60 non potevano circolare liberamente nella loro circoscrizione!
Voci: a destra: "Per paura! Per paura!" (Rumori - Commenti)
Roberto Farinacci. Vi abbiamo invitati telegraficamente!
Giacomo Matteotti. Non credevamo che le elezioni dovessero svolgersi proprio come un saggio di resistenza inerme alle violenze fisiche dell’avversario, che è al Governo e dispone di tutte le forze armate! (Rumori) Che non fosse paura, poi, lo dimostra il fatto che, per un contraddittorio, noi chiedemmo che ad esso solo gli avversari fossero presenti, e nessuno dei nostri; perché, altrimenti, voi sapete come è vostro costume dire che "qualcuno di noi ha provocato" e come "in seguito a provocazioni" i fascisti "dovettero" legittimamente ritorcere l’offesa, picchiando su tutta la linea! (Interruzioni)
Voci: a destra: "L’avete studiato bene!"
Orazio Pedrazzi. Come siete pratici di queste cose, voi!
Presidente. Onorevole Pedrazzi!
Giacomo Matteotti. Comunque, ripeto, i candidati erano nella impossibilità di circolare nelle loro circoscrizioni!
Voci: a destra: "Avevano paura!"
Filippo Turati. Paura! Sì, paura! Come nella Sila, quando c’erano i briganti, avevano paura. (Vivi rumori a destra, approvazioni a sinistra)
Una voce: "Lei ha tenuto il contraddittorio con me ed è stato rispettato"
Filippo Turati. Ho avuto la vostra protezione a mia vergogna! (Applausi a sinistra, rumori a destra)
Presidente. Concluda, onorevole Matteotti.. Non provochi incidenti!
Giacomo Matteotti. Io protesto! Se ella crede che non gli altri mi impediscano di parlare, ma che sia io a provocare incidenti, mi seggo e non parlo! (Approvazioni a sinistra - Rumori prolungati)
Presidente. Ha finito? Allora ha facoltà di parlare l’onorevole Rossi...
Giacomo Matteotti. Ma che maniera è questa! Lei deve tutelare il mio diritto di parlare! lo non ho offeso nessuno! Riferisco soltanto dei fatti. Ho diritto di essere rispettato! (Rumori prolungati, Conversazioni)
Antonio Casertano.[9] Chiedo di parlare.
Presidente. Ha facoltà di parlare l’onorevole Presidente della Giunta delle elezioni. C’è una proposta di rinvio degli atti alla Giunta.
Giacomo Matteotti. Onorevole Presidente!...
Presidente. Onorevole Matteotti, se ella vuole parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente.
Giacomo Matteotti. Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente!
Presidente. Parli, parli.
Giacomo Matteotti. I candidati non avevano libera circolazione... (Rumori. Interruzioni)
Presidente. Facciano silenzio! Lascino parlare!
Giacomo Matteotti. Non solo non potevano circolare, ma molti di essi non potevano neppure risiedere nelle loro stesse abitazioni, nelle loro stesse città. Alcuno, che rimase al suo posto, ne vide poco dopo le conseguenze. Molti non accettarono la candidatura, perché sapevano che accettare la candidatura voleva dire non aver più lavoro l’indomani o dover abbandonare il proprio paese ed emigrare all’estero. (Commenti)
Una voce: "Erano disoccupati!"
Giacomo Matteotti. No, lavorano tutti, e solo non lavorano, quando voi li boicottate.
Voci a destra: "E quando li boicottate voi?"
Roberto Farinacci. Lasciatelo parlare! Fate il loro giuoco!
Giacomo Matteotti. Uno dei candidati, l’onorevole Piccinini, al quale mando a nome del mio gruppo un saluto... (Rumori)
Voci: "E Berta? Berta!"
Giacomo Matteotti. ... conobbe cosa voleva dire obbedire alla consegna del proprio partito. Fu assassinato nella sua casa, per avere accettata la candidatura nonostante prevedesse quale sarebbe stato per essere il destino suo all’indomani. (Rumori) Ma i candidati - voi avete ragione di urlarmi, onorevoli colleghi - i candidati devono sopportare la sorte della battaglia e devono prendere tutto quello che è nella lotta che oggi imperversa. Lo accenno soltanto, non per domandare nulla, ma perché anche questo è un fatto concorrente a dimostrare come si sono svolte le elezioni. (Approvazioni all’estrema sinistra) Un’altra delle garanzie più importanti per lo svolgimento di una libera elezione era quella della presenza e del controllo dei rappresentanti di ciascuna lista, in ciascun seggio. Voi sapete che, nella massima parte dei casi, sia per disposizione di legge, sia per interferenze di autorità, i seggi - anche in seguito a tutti gli scioglimenti di Consigli comunali imposti dal Governo e dal partito dominante - risultarono composti quasi totalmente di aderenti al partito dominante. Quindi l’unica garanzia possibile, l’ultima garanzia esistente per le minoranze, era quella della presenza del rappresentante di lista al seggio. Orbene, essa venne a mancare. Infatti, nel 90 per cento, e credo in qualche regione fino al 100 per cento dei casi, tutto il seggio era fascista e il rappresentante della lista di minoranza non poté presenziare le operazioni. Dove andò, meno in poche grandi città e in qualche rara provincia, esso subì le violenze che erano minacciate a chiunque avesse osato controllare dentro il seggio la maniera come si votava, la maniera come erano letti e constatati i risultati. Per constatare il fatto, non occorre nuovo reclamo e documento. Basta che la Giunta delle elezioni esamini i verbali di tutte le circoscrizioni, e controlli i registri. Quasi dappertutto le operazioni si sono svolte fuori della presenza di alcun rappresentante di lista. Veniva così a mancare l’unico controllo, l’unica garanzia, sopra la quale si può dire se le elezioni si sono svolte nelle dovute forme e colla dovuta legalità. Noi possiamo riconoscere che, in alcuni luoghi, in alcune poche città e in qualche provincia, il giorno delle elezioni vi è stata una certa libertà. Ma questa concessione limitata della libertà nello spazio e nel tempo - e l’onorevole Farinacci, che è molto aperto, me lo potrebbe ammettere - fu data ad uno scopo evidente: dimostrare, nei centri più controllati dall’opinione pubblica e in quei luoghi nei quali una più densa popolazione avrebbe reagito alla violenza con una evidente astensione controllabile da parte di tutti, che una certa libertà c’è stata. Ma, strana coincidenza, proprio in quei luoghi dove fu concessa a scopo dimostrativo quella libertà, le minoranze raccolsero una tale abbondanza di suffragi, da superare la maggioranza - con questa conseguenza però, che la violenza, che non si era avuta prima delle elezioni, si ebbe dopo le elezioni. E noi ricordiamo quello che è avvenuto specialmente nel Milanese e nel Genovesato ed in parecchi altri luoghi, dove le elezioni diedero risultati soddisfacenti in confronto alla lista fascista. Si ebbero distruzioni di giornali, devastazioni di locali, bastonature alle persone. Distruzioni che hanno portato milioni di danni... (Vivissimi rumori al centro e a destra)
Una voce, a destra: "Ricordatevi delle devastazioni dei comunisti!"
Giacomo Matteotti. Onorevoli colleghi, ad un comunista potrebbe essere lecito, secondo voi, di distruggere la ricchezza nazionale, ma non ai nazionalisti, né ai fascisti come vi vantate voi! Si sono avuti, dicevo, danni per parecchi milioni, tanto che persino un alto personaggio, che ha residenza in Roma, ha dovuto accorgersene, mandando la sua adeguata protesta e il soccorso economico. In che modo si votava? La votazione avvenne in tre maniere: l’Italia è una, ma ha ancora diversi costumi. Nella valle del Po, in Toscana e in altre regioni che furono citate all’ordine del giorno dal Presidente del Consiglio per l’atto di fedeltà che diedero al Governo fascista, e nelle quali i contadini erano stati prima organizzati dal partito socialista, o dal partito popolare, gli elettori votavano sotto controllo del partito fascista con la "regola del tre". Ciò fu dichiarato e apertamente insegnato persino da un prefetto, dal prefetto di Bologna: i fascisti consegnavano agli elettori un bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo i luoghi (Interruzioni), variamente alternati in maniera che tutte le combinazioni, cioè tutti gli elettori di ciascuna sezione, uno per uno, potessero essere controllati e riconosciuti personalmente nel loro voto. In moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di Rovigo, questo metodo risultò eccellente.
Aldo Finzi. Evidentemente lei non c’era! Questo metodo non fu usato!
Giacomo Matteotti. Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua negazione, ella venga implicitamente a deplorare il metodo che è stato usato.
Aldo Finzi. Lo provi.
Giacomo Matteotti. In queste regioni tutti gli elettori...
Francesco Ciarlantini. Lei ha un trattato, perché non lo pubblica?
Giacomo Matteotti. Lo pubblicherò, quando mi si assicurerà che le tipografie del Regno sono indipendenti e sicure (Vivissimi rumori al centro e a destra); perché, come tutti sanno, anche durante le elezioni, i nostri opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate o diffidate di pubblicare le nostre cose. (Rumori)
Voci: "No! No!"
Giacomo Matteotti. Nella massima parte dei casi però non vi fu bisogno delle sanzioni, perché i poveri contadini sapevano inutile ogni resistenza e dovevano subire la legge del più forte, la legge del padrone, votando, per tranquillità della famiglia, la terna assegnata a ciascuno dal dirigente locale del Sindacato fascista o dal fascio. (Vivi rumori interruzioni)
Giacono Suardo. L’onorevole Matteotti non insulta me rappresentante: insulta il popolo italiano ed io, per la mia dignità, esco dall’Aula. (Rumori - Commenti) La mia città in ginocchio ha inneggiato al Duce Mussolini, sfido l’onorevole Matteotti a provare le sue affermazioni. Per la mia dignità di soldato, abbandono quest’Aula. (Applausi, commenti)
Attilio Teruzzi. L’onorevole Suardo è medaglia d’oro! Si vergogni, on. Matteotti. (Rumori all’estrema sinistra)
Presidente. Facciano silenzio! Onorevole Matteotti, concluda!
Giacomo Matteotti. Io posso documentare e far nomi. In altri luoghi invece furono incettati i certificati elettorali, metodo che in realtà era stato usato in qualche piccola circoscrizione anche nell’Italia prefascista, ma che dall’Italia fascista ha avuto l’onore di essere esteso a larghissime zone del meridionale; incetta di certificati, per la quale, essendosi determinata una larga astensione degli elettori che non si ritenevano liberi di esprimere il loro pensiero, i certificati furono raccolti e affidati a gruppi di individui, i quali si recavano alle sezioni elettorali per votare con diverso nome, fino al punto che certuni votarono dieci o venti volte e che giovani di venti anni si presentarono ai seggi e votarono a nome di qualcheduno che aveva compiuto i 60 anni. (Commenti) Si trovarono solo in qualche seggio pochi, ma autorevoli magistrati, che, avendo rilevato il fatto, riuscirono ad impedirlo.
Edoardo Torre. Basta, la finisca! (Rumori, commenti) Che cosa stiamo a fare qui? Dobbiamo tollerare che ci insulti? (Rumori - Alcuni deputati scendono nell’emiciclo) Per voi ci vuole il domicilio coatto e non il Parlamento! (Commenti - Rumori)
Voci: "Vada in Russia!"
Presidente. Facciano silenzio! E lei, onorevole Matteotti, concluda!
Giacomo Matteotti. Coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le cabine, ebbero, dentro le cabine, in moltissimi Comuni, specialmente della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare i loro voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire i plichi e verificare i cumuli di schede che sono state votate, potrebbe trovare che molti voti di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla stessa mano, così come altri voti di lista furono cancellati, o addirittura letti al contrario. Non voglio dilungarmi a descrivere i molti altri sistemi impiegati per impedire la libera espressione della volontà popolare. Il fatto è che solo una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto: il più delle volte, quasi esclusivamente coloro che non potevano essere sospettati di essere socialisti. I nostri furono impediti dalla violenza; mentre riuscirono più facilmente a votare per noi persone nuove e indipendenti, le quali, non essendo credute socialiste, si sono sottratte al controllo e hanno esercitato il loro diritto liberamente. A queste nuove forze che manifestano la reazione della nuova Italia contro l’oppressione del nuovo regime, noi mandiamo il nostro ringraziamento. (Applausi all’estrema sinistra. Rumori dalle altre parti della Camera) Per tutte queste ragioni, e per le altre che di fronte alle vostre rumorose sollecitazioni rinunzio a svolgere, ma che voi ben conoscete perché ciascuno di voi ne è stato testimonio per lo meno... (Rumori) per queste ragioni noi domandiamo l’annullamento in blocco della elezione di maggioranza.
Voci a destra: "Accettiamo" (Vivi applausi a destra e al centro)
Giacomo Matteotti. [...] Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. (Interruzioni a destra) Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni. (Applausi all’estrema sinistra - Vivi rumori)
Fonte: internet
Giacomo Matteotti. Noi abbiamo avuto da parte della Giunta delle elezioni la proposta di convalida di numerosi colleghi. Nessuno certamente, degli appartenenti a questa Assemblea, all’infuori credo dei componenti la Giunta delle elezioni, saprebbe ridire l’elenco dei nomi letti per la convalida, nessuno, né della Camera né delle tribune della stampa. (Vive interruzioni alla destra e al centro)
Dario Lupi.[3] È passato il tempo in cui si parlava per le tribune!
Giacomo Matteotti. Certo la pubblicità è per voi un’istituzione dello stupidissimo secolo XIX. (Vivi rumori. Interruzioni alla destra e al centro) Comunque, dicevo, in questo momento non esiste da parte dell’Assemblea una conoscenza esatta dell’oggetto sul quale si delibera. Soltanto per quei pochissimi nomi che abbiamo potuto afferrare alla lettura, possiamo immaginare che essi rappresentino una parte della maggioranza. Ora, contro la loro convalida noi presentiamo questa pura e semplice eccezione: cioè, che la lista di maggioranza governativa, la quale nominalmente ha ottenuto una votazione di quattro milioni e tanti voti... (Interruzioni).
Voci al centro: "Ed anche più!"
Giacomo Matteotti. ... cotesta lista non li ha ottenuti, di fatto e liberamente, ed è dubitabile quindi se essa abbia ottenuto quel tanto di percentuale che è necessario (Interruzioni. Proteste) per conquistare, anche secondo la vostra legge, i due terzi dei posti che le sono stati attribuiti! Potrebbe darsi che i nomi letti dal Presidente: siano di quei capilista che resterebbero eletti anche se, invece del premio di maggioranza, si applicasse la proporzionale pura in ogni circoscrizione. Ma poiché nessuno ha udito i nomi, e non è stata premessa nessuna affermazione generica di tale specie, probabilmente tali tutti non sono, e quindi contestiamo in questo luogo e in tronco la validità della elezione della maggioranza (Rumori vivissimi). Vorrei pregare almeno i colleghi, sulla elezione dei quali oggi si giudica, di astenersi per lo meno dai rumori, se non dal voto. (Vivi commenti - Proteste - Interruzioni alla destra e al centro)
Maurizio Maraviglia.[4] In contestazione non c’è nessuno, diversamente si asterrebbe!
Giacomo Matteotti. Noi contestiamo....
Maurizio Maraviglia. Allora contestate voi!
Giacomo Matteotti. Certo sarebbe Maraviglia se contestasse lei! L’elezione, secondo noi, è essenzialmente non valida, e aggiungiamo che non è valida in tutte le circoscrizioni. In primo luogo abbiamo la dichiarazione fatta esplicitamente dal governo, ripetuta da tutti gli organi della stampa ufficiale, ripetuta dagli oratori fascisti in tutti i comizi, che le elezioni non avevano che un valore assai relativo, in quanto che il Governo non si sentiva soggetto al responso elettorale, ma che in ogni caso - come ha dichiarato replicatamente - avrebbe mantenuto il potere con la forza, anche se... (Vivaci interruzioni a destra e al centro. Movimenti dell’onorevole Presidente del Consiglio)
Voci a destra: "Sì, sì! Noi abbiamo fatto la guerra!" (Applausi alla destra e al centro).
Giacomo Matteotti. Codesti vostri applausi sono la conferma precisa della fondatezza dei mio ragionamento. Per vostra stessa conferma dunque nessun elettore italiano si è trovato libero di decidere con la sua volontà... (Rumori, proteste e interruzioni a destra) Nessun elettore si è trovato libero di fronte a questo quesito...
Maurizio Maraviglia. Hanno votato otto milioni di italiani!
Giacomo Matteotti. ... se cioè egli approvava o non approvava la politica o, per meglio dire, il regime del Governo fascista. Nessuno si è trovato libero, perché ciascun cittadino sapeva a priori che, se anche avesse osato affermare a maggioranza il contrario, c’era una forza a disposizione del Governo che avrebbe annullato il suo voto e il suo responso. (Rumori e interruzioni a destra)
Una voce a destra: "E i due milioni di voti che hanno preso le minoranze?"
Roberto Farinacci.[5] Potevate fare la rivoluzione!
Maurizio Maraviglia. Sarebbero stati due milioni di eroi!
Giacomo Matteotti. A rinforzare tale proposito del Governo, esiste una milizia armata... (Applausi vivissimi e prolungati a destra e grida di "Viva la milizia")
Voci a destra: "Vi scotta la milizia!"
Giacomo Matteotti. ... esiste una milizia armata... (Interruzioni a destra, rumori prolungati)
Voci: "Basta! Basta!"
Presidente. Onorevole Matteotti, si attenga all’argomento.
Giacomo Matteotti. Onorevole Presidente, forse ella non m’intende; ma io parlo di elezioni. Esiste una milizia armata... (Interruzioni a destra) la quale ha questo fondamentale e dichiarato scopo: di sostenere un determinato Capo del Governo bene indicato e nominato nel Capo del fascismo e non, a differenza dell’Esercito, il Capo dello Stato. (Interruzioni e rumori a destra)
Voci: a destra: "E le guardie rosse?"
Giacomo Matteotti. Vi è una milizia armata, composta di cittadini di un solo Partito, la quale ha il compito dichiarato di sostenere un determinato Governo con la forza, anche se ad esso il consenso mancasse. (Commenti) In aggiunta e in particolare... (Interruzioni) mentre per la legge elettorale la milizia avrebbe dovuto astenersi, essendo in funzione o quando era in funzione, e mentre di fatto in tutta l’Italia specialmente rurale abbiamo constatato in quei giorni la presenza di militi nazionali in gran numero... (Interruzioni, rumori)
Roberto Farinacci. Erano i balilla!
Giacomo Matteotti. È vero, on. Farinacci, in molti luoghi hanno votato anche i balilla! (Approvazioni all’estrema sinistra, rumori a destra e al centro)
Voce al centro: "Hanno votato i disertori per voi!"
Enrico Gonzales.[6] Spirito denaturato e rettificato!
Giacomo Matteotti. Dicevo dunque che, mentre abbiamo visto numerosi di questi militi in ogni città e più ancora nelle campagne (Interruzioni), gli elenchi degli obbligati alla astensione, depositati presso i Comuni, erano ridicolmente ridotti a tre o quattro persone per ogni città, per dare l’illusione dell’osservanza di una legge apertamente violata, conforme lo stesso pensiero espresso dal Presidente del Consiglio che affidava ai militi fascisti la custodia delle cabine. (Rumori) A parte questo argomento del proposito del Governo di reggersi anche con la forza contro il consenso e del fatto di una milizia a disposizione di un partito che impedisce all’inizio e fondamentalmente la libera espressione della sovranità popolare ed elettorale e che invalida in blocco l’ultima elezione in Italia, c’è poi una serie di fatti che successivamente ha viziate e annullate tutte le singole manifestazioni elettorali. (Interruzioni, commenti)
Voci: a destra: "Perché avete paura! Perché scappate!"
Giacomo Matteotti. Forse al Messico si usano fare le elezioni non con le schede, ma col coraggio di fronte alle rivoltelle. (Vivi rumori. Interruzioni, approvazioni all’estrema sinistra) E chiedo scusa al Messico, se non è vero! (Rumori prolungati) I fatti cui accenno si possono riassumere secondo i diversi momenti delle elezioni. La legge elettorale chiede... (Interruzioni, rumori)
Paolo Greco. È ora di finirla! Voi svalorizzate il Parlamento!
Giacomo Matteotti. E allora sciogliete il Parlamento.
Paolo Greco. Voi non rispettate la maggioranza e non avete diritto di essere rispettati.
Giacomo Matteotti. Ciascun partito doveva, secondo la legge elettorale, presentare la propria lista di candidati... (Vivi rumori)
Maurizio Maraviglia. Ma parli sulla proposta dell’onorevole Presutti.
Giacomo Matteotti. Richiami dunque lei all’ordine il Presidente! La presentazione delle liste - dicevo - deve avvenire in ogni circoscrizione mediante un documento notarile a cui vanno apposte dalle trecento alle cinquecento firme. Ebbene, onorevoli colleghi, in sei circoscrizioni su quindici le operazioni notarili che si compiono privatamente nello studio di un notaio, fuori della vista pubblica e di quelle che voi chiamate "provocazioni", sono state impedite con violenza. (Rumori vivissimi)
Giuseppe Bastianini. Questo lo dice lei!
Voci dalla destra: "Non è vero, non è vero."
Giacomo Matteotti. Volete i singoli fatti? Eccoli: ad Iglesias il collega Corsi stava raccogliendo le trecento firme e la sua casa è stata circondata... (Rumori)
Maurizio Maraviglia. Non è vero. Lo inventa lei in questo momento.
Roberto Farinacci. Va a finire che faremo sul serio quello che non abbiamo fatto!
Giacomo Matteotti. Fareste il vostro mestiere!
Emilio Lussu. È la verità, è la verità!...
Giacomo Matteotti. A Melfi... (Rumori vivissimi - Interruzioni) a Melfi è stata impedita la raccolta delle firme con la violenza (Rumori). In Puglia fu bastonato perfino un notaio (Rumori vivissimi)
Gino Aldi-Mai. Ma questo nei ricorsi non c’è! In nessuno dei ricorsi! Ho visto gli atti delle Puglie e in nessun ricorso è accennato il fatto di cui parla l’on. Matteotti.
Roberto Farinacci. Vi faremo cambiare sistema! E dire che sono quelli che vogliono la normalizzazione!
Giacomo Matteotti. A Genova (Rumori vivissimi) i fogli con le firme già raccolte furono portati via dal tavolo su cui erano stati firmati
Voci: "Perché erano falsi."
Giacomo Matteotti. Se erano falsi, dovevate denunciarli ai magistrati!
Roberto Farinacci. Perché non ha fatto i reclami alla Giunta delle elezioni?
Giacomo Matteotti. Ci sono.
Una voce dal banco delle commissioni: "No, non ci sono, li inventa lei."
Presidente. La Giunta delle elezioni dovrebbe dare esempio di compostezza! I componenti della Giunta delle elezioni parleranno dopo. Onorevole Matteotti, continui.
Giacomo Matteotti. Io espongo fatti che non dovrebbero provocare rumori. I fatti o sono veri o li dimostrate falsi. Non c’è offesa, non c’è ingiuria per nessuno in ciò che dico: c’è una descrizione di fatti.
Attilio Teruzzi. Che non esistono!
Giacomo Matteotti. Da parte degli onorevoli componenti della Giunta delle elezioni si protesta che alcuni di questi fatti non sono dedotti o documentati presso la Giunta delle elezioni. Ma voi sapete benissimo come una situazione e un regime di violenza non solo determinino i fatti stessi, ma impediscano spesse volte la denuncia e il reclamo formale. Voi sapete che persone, le quali hanno dato il loro nome per attestare sopra un giornale o in un documento che un fatto era avvenuto, sono state immediatamente percosse e messe quindi nella impossibilità di confermare il fatto stesso. Già nelle elezioni del 1921, quando ottenni da questa Camera l’annullamento per violenze di una prima elezione fascista, molti di coloro che attestarono i fatti davanti alla Giunta delle elezioni, furono chiamati alla sede fascista, furono loro mostrate le copie degli atti esistenti presso la Giunta delle elezioni illecitamente comunicate, facendo ad essi un vero e proprio processo privato perché avevano attestato il vero o firmato i documenti! In seguito al processo fascista essi furono boicottati dal lavoro o percossi. (Rumori, interruzioni)
Voci: a destra: "Lo provi."
Giacomo Matteotti. La stessa Giunta delle elezioni ricevette allora le prove del fatto. Ed è per questo, onorevoli colleghi, che noi spesso siamo costretti a portare in questa Camera l’eco di quelle proteste che altrimenti nel Paese non possono avere alcun’altra voce ed espressione. (Applausi all’estrema sinistra) In sei circoscrizioni, abbiamo detto, le formalità notarili furono impedite colla violenza, e per arrivare in tempo si dovette supplire malamente e come si poté con nuove firme in altre provincie. A Reggio Calabria, per esempio, abbiamo dovuto provvedere con nuove firme per supplire quelle che in Basilicata erano state impedite.
Una voce al banco della giunta: "Dove furono impedite?"
Giacomo Matteotti. A Melfi, a Iglesias, in Puglia... devo ripetere? (Interruzioni, rumori) Presupposto essenziale di ogni elezione è che i candidati, cioè coloro che domandano al suffragio elettorale il voto, possano esporre, in contraddittorio con il programma del Governo, in pubblici comizi o anche in privati locali, le loro opinioni. In Italia, nella massima parte dei luoghi, anzi quasi da per tutto, questo non fu possibile.
Una voce:"Non è vero! Parli l’onorevole Mazzoni!" (Rumori)
Giacomo Matteotti. Su ottomila comuni italiani, e su mille candidati delle minoranze, la possibilità è stata ridotta a un piccolissimo numero di casi, soltanto là dove il partito dominante ha consentito per alcune ragioni particolari o di luogo o di persona. (Interruzioni, rumori) Volete i fatti? La Camera ricorderà l’incidente occorso al collega Gonzales.
Attilio Teruzzi. Noi ci ricordiamo del 1919, quando buttavate gli ufficiali nel Naviglio. lo, per un anno, sono andato a casa con la pena di morte sulla testa!
Giacomo Matteotti. Onorevoli colleghi, se voi volete contrapporci altre elezioni, ebbene io domando la testimonianza di un uomo che siede al banco del Governo, se nessuno possa dichiarare che ci sia stato un solo avversario che non abbia potuto parlare in contraddittorio con me nel 1919.
Voci: "Non è vero! non è vero!"
Aldo Finzi.[7] Michele Bianchi! Proprio lei ha impedito di parlare a Michele Bianchi!
Giacomo Matteotti. Lei dice il falso! (Interruzioni, rumori) Il fatto è semplicemente questo, che l’onorevole Michele Bianchi con altri teneva un comizio a Badia Polesine. Alla fine del comizio che essi tennero sono arrivato io e ho domandato la parola in contraddittorio. Essi rifiutarono e se ne andarono e io rimasi a parlare. (Rumori, interruzioni)
Aldo Finzi. Non è così!
Giacomo Matteotti. Porterò i giornali vostri che lo attestano.
Aldo Finzi. Lo domandi all’onorevole Merlin che è più vicino a lei! L’onorevole Merlin cristianamente deporrà.
Giacomo Matteotti. L’on. Merlin ha avuto numerosi contraddittori con me, e nessuno fu impedito e stroncato. Ma lasciamo stare il passato. Non dovevate voi essere i rinnovatori del costume italiano? Non dovevate voi essere coloro che avrebbero portato un nuovo costume morale nelle elezioni? (Rumori) E, signori che mi interrompete, anche qui nell’assemblea? (Rumori a destra)
Attilio Teruzzi. È ora di finirla con queste falsità.
Giacomo Matteotti. L’inizio della campagna elettorale del 1924 avvenne dunque a Genova, con una conferenza privata e per inviti da parte dell’onorevole Gonzales. Orbene, prima ancora che si iniziasse la conferenza, i fascisti invasero la sala e a furia di bastonate impedirono all’oratore di aprire nemmeno la bocca. (Rumori, interruzioni, apostrofi)
Una voce:" Non è vero, non fu impedito niente." (Rumori)
Giacomo Matteotti. Allora rettifico! Se l’onorevole Gonzales dovette passare 8 giorni a letto, vuol dire che si è ferito da solo, non fu bastonato. (Rumori, interruzioni) L’onorevole Gonzales, che è uno studioso di San Francesco, si è forse autoflagellato! (Si ride. Interruzioni) A Napoli doveva parlare... (Rumori vivissimi, scambio di apostrofi fra alcuni deputati che siedono all’estrema sinistra)
Presidente. Onorevoli colleghi, io deploro quello che accade. Prendano posto e non turbino la discussione! Onorevole Matteotti, prosegua, sia breve, e concluda.
Giacomo Matteotti. L’Assemblea deve tenere conto che io debbo parlare per improvvisazione, e che mi limito...
Voci: "Si vede che improvvisa! E dice che porta dei fatti!"
Enrico Gonzales. I fatti non sono improvvisati! (Rumori)
Giacomo Matteotti. Mi limito, dico, alla nuda e cruda esposizione di alcuni fatti. Ma se per tale forma di esposizione domando il compatimento dell’Assemblea... (Rumori) non comprendo come i fatti senza aggettivi e senza ingiurie possano sollevare urla e rumori. Dicevo dunque che ai candidati non fu lasciata nessuna libertà di esporre liberamente il loro pensiero in contraddittorio con quello del Governo fascista e accennavo al fatto dell’onorevole Gonzales, accennavo al fatto dell’onorevole Bentini a Napoli, alla conferenza che doveva tenere il capo dell’opposizione costituzionale, l’onorevole Amendola [8], e che fu impedita... (Oh, oh! - Rumori)
Voci: a destra: "Ma che costituzionale! Sovversivo come voi! Siete d’accordo tutti!"
Giacomo Matteotti. Vuol dire dunque che il termine "sovversivo" ha molta elasticità!
Paolo Greco. Chiedo di parlare sulle affermazioni dell’onorevole Matteotti.
Giacomo Matteotti. L’onorevole Amendola fu impedito di tenere la sua conferenza, per la mobilitazione, documentata, da parte di comandanti di corpi armati, i quali intervennero in città...
Enrico Presutti. Dica bande armate, non corpi armati!
Giacomo Matteotti. Bande armate, le quali impedirono la pubblica e libera conferenza. (Rumori) Del resto, noi ci siamo trovati in queste condizioni: su 100 dei nostri candidati, circa 60 non potevano circolare liberamente nella loro circoscrizione!
Voci: a destra: "Per paura! Per paura!" (Rumori - Commenti)
Roberto Farinacci. Vi abbiamo invitati telegraficamente!
Giacomo Matteotti. Non credevamo che le elezioni dovessero svolgersi proprio come un saggio di resistenza inerme alle violenze fisiche dell’avversario, che è al Governo e dispone di tutte le forze armate! (Rumori) Che non fosse paura, poi, lo dimostra il fatto che, per un contraddittorio, noi chiedemmo che ad esso solo gli avversari fossero presenti, e nessuno dei nostri; perché, altrimenti, voi sapete come è vostro costume dire che "qualcuno di noi ha provocato" e come "in seguito a provocazioni" i fascisti "dovettero" legittimamente ritorcere l’offesa, picchiando su tutta la linea! (Interruzioni)
Voci: a destra: "L’avete studiato bene!"
Orazio Pedrazzi. Come siete pratici di queste cose, voi!
Presidente. Onorevole Pedrazzi!
Giacomo Matteotti. Comunque, ripeto, i candidati erano nella impossibilità di circolare nelle loro circoscrizioni!
Voci: a destra: "Avevano paura!"
Filippo Turati. Paura! Sì, paura! Come nella Sila, quando c’erano i briganti, avevano paura. (Vivi rumori a destra, approvazioni a sinistra)
Una voce: "Lei ha tenuto il contraddittorio con me ed è stato rispettato"
Filippo Turati. Ho avuto la vostra protezione a mia vergogna! (Applausi a sinistra, rumori a destra)
Presidente. Concluda, onorevole Matteotti.. Non provochi incidenti!
Giacomo Matteotti. Io protesto! Se ella crede che non gli altri mi impediscano di parlare, ma che sia io a provocare incidenti, mi seggo e non parlo! (Approvazioni a sinistra - Rumori prolungati)
Presidente. Ha finito? Allora ha facoltà di parlare l’onorevole Rossi...
Giacomo Matteotti. Ma che maniera è questa! Lei deve tutelare il mio diritto di parlare! lo non ho offeso nessuno! Riferisco soltanto dei fatti. Ho diritto di essere rispettato! (Rumori prolungati, Conversazioni)
Antonio Casertano.[9] Chiedo di parlare.
Presidente. Ha facoltà di parlare l’onorevole Presidente della Giunta delle elezioni. C’è una proposta di rinvio degli atti alla Giunta.
Giacomo Matteotti. Onorevole Presidente!...
Presidente. Onorevole Matteotti, se ella vuole parlare, ha facoltà di continuare, ma prudentemente.
Giacomo Matteotti. Io chiedo di parlare non prudentemente, né imprudentemente, ma parlamentarmente!
Presidente. Parli, parli.
Giacomo Matteotti. I candidati non avevano libera circolazione... (Rumori. Interruzioni)
Presidente. Facciano silenzio! Lascino parlare!
Giacomo Matteotti. Non solo non potevano circolare, ma molti di essi non potevano neppure risiedere nelle loro stesse abitazioni, nelle loro stesse città. Alcuno, che rimase al suo posto, ne vide poco dopo le conseguenze. Molti non accettarono la candidatura, perché sapevano che accettare la candidatura voleva dire non aver più lavoro l’indomani o dover abbandonare il proprio paese ed emigrare all’estero. (Commenti)
Una voce: "Erano disoccupati!"
Giacomo Matteotti. No, lavorano tutti, e solo non lavorano, quando voi li boicottate.
Voci a destra: "E quando li boicottate voi?"
Roberto Farinacci. Lasciatelo parlare! Fate il loro giuoco!
Giacomo Matteotti. Uno dei candidati, l’onorevole Piccinini, al quale mando a nome del mio gruppo un saluto... (Rumori)
Voci: "E Berta? Berta!"
Giacomo Matteotti. ... conobbe cosa voleva dire obbedire alla consegna del proprio partito. Fu assassinato nella sua casa, per avere accettata la candidatura nonostante prevedesse quale sarebbe stato per essere il destino suo all’indomani. (Rumori) Ma i candidati - voi avete ragione di urlarmi, onorevoli colleghi - i candidati devono sopportare la sorte della battaglia e devono prendere tutto quello che è nella lotta che oggi imperversa. Lo accenno soltanto, non per domandare nulla, ma perché anche questo è un fatto concorrente a dimostrare come si sono svolte le elezioni. (Approvazioni all’estrema sinistra) Un’altra delle garanzie più importanti per lo svolgimento di una libera elezione era quella della presenza e del controllo dei rappresentanti di ciascuna lista, in ciascun seggio. Voi sapete che, nella massima parte dei casi, sia per disposizione di legge, sia per interferenze di autorità, i seggi - anche in seguito a tutti gli scioglimenti di Consigli comunali imposti dal Governo e dal partito dominante - risultarono composti quasi totalmente di aderenti al partito dominante. Quindi l’unica garanzia possibile, l’ultima garanzia esistente per le minoranze, era quella della presenza del rappresentante di lista al seggio. Orbene, essa venne a mancare. Infatti, nel 90 per cento, e credo in qualche regione fino al 100 per cento dei casi, tutto il seggio era fascista e il rappresentante della lista di minoranza non poté presenziare le operazioni. Dove andò, meno in poche grandi città e in qualche rara provincia, esso subì le violenze che erano minacciate a chiunque avesse osato controllare dentro il seggio la maniera come si votava, la maniera come erano letti e constatati i risultati. Per constatare il fatto, non occorre nuovo reclamo e documento. Basta che la Giunta delle elezioni esamini i verbali di tutte le circoscrizioni, e controlli i registri. Quasi dappertutto le operazioni si sono svolte fuori della presenza di alcun rappresentante di lista. Veniva così a mancare l’unico controllo, l’unica garanzia, sopra la quale si può dire se le elezioni si sono svolte nelle dovute forme e colla dovuta legalità. Noi possiamo riconoscere che, in alcuni luoghi, in alcune poche città e in qualche provincia, il giorno delle elezioni vi è stata una certa libertà. Ma questa concessione limitata della libertà nello spazio e nel tempo - e l’onorevole Farinacci, che è molto aperto, me lo potrebbe ammettere - fu data ad uno scopo evidente: dimostrare, nei centri più controllati dall’opinione pubblica e in quei luoghi nei quali una più densa popolazione avrebbe reagito alla violenza con una evidente astensione controllabile da parte di tutti, che una certa libertà c’è stata. Ma, strana coincidenza, proprio in quei luoghi dove fu concessa a scopo dimostrativo quella libertà, le minoranze raccolsero una tale abbondanza di suffragi, da superare la maggioranza - con questa conseguenza però, che la violenza, che non si era avuta prima delle elezioni, si ebbe dopo le elezioni. E noi ricordiamo quello che è avvenuto specialmente nel Milanese e nel Genovesato ed in parecchi altri luoghi, dove le elezioni diedero risultati soddisfacenti in confronto alla lista fascista. Si ebbero distruzioni di giornali, devastazioni di locali, bastonature alle persone. Distruzioni che hanno portato milioni di danni... (Vivissimi rumori al centro e a destra)
Una voce, a destra: "Ricordatevi delle devastazioni dei comunisti!"
Giacomo Matteotti. Onorevoli colleghi, ad un comunista potrebbe essere lecito, secondo voi, di distruggere la ricchezza nazionale, ma non ai nazionalisti, né ai fascisti come vi vantate voi! Si sono avuti, dicevo, danni per parecchi milioni, tanto che persino un alto personaggio, che ha residenza in Roma, ha dovuto accorgersene, mandando la sua adeguata protesta e il soccorso economico. In che modo si votava? La votazione avvenne in tre maniere: l’Italia è una, ma ha ancora diversi costumi. Nella valle del Po, in Toscana e in altre regioni che furono citate all’ordine del giorno dal Presidente del Consiglio per l’atto di fedeltà che diedero al Governo fascista, e nelle quali i contadini erano stati prima organizzati dal partito socialista, o dal partito popolare, gli elettori votavano sotto controllo del partito fascista con la "regola del tre". Ciò fu dichiarato e apertamente insegnato persino da un prefetto, dal prefetto di Bologna: i fascisti consegnavano agli elettori un bollettino contenente tre numeri o tre nomi, secondo i luoghi (Interruzioni), variamente alternati in maniera che tutte le combinazioni, cioè tutti gli elettori di ciascuna sezione, uno per uno, potessero essere controllati e riconosciuti personalmente nel loro voto. In moltissime provincie, a cominciare dalla mia, dalla provincia di Rovigo, questo metodo risultò eccellente.
Aldo Finzi. Evidentemente lei non c’era! Questo metodo non fu usato!
Giacomo Matteotti. Onorevole Finzi, sono lieto che, con la sua negazione, ella venga implicitamente a deplorare il metodo che è stato usato.
Aldo Finzi. Lo provi.
Giacomo Matteotti. In queste regioni tutti gli elettori...
Francesco Ciarlantini. Lei ha un trattato, perché non lo pubblica?
Giacomo Matteotti. Lo pubblicherò, quando mi si assicurerà che le tipografie del Regno sono indipendenti e sicure (Vivissimi rumori al centro e a destra); perché, come tutti sanno, anche durante le elezioni, i nostri opuscoli furono sequestrati, i giornali invasi, le tipografie devastate o diffidate di pubblicare le nostre cose. (Rumori)
Voci: "No! No!"
Giacomo Matteotti. Nella massima parte dei casi però non vi fu bisogno delle sanzioni, perché i poveri contadini sapevano inutile ogni resistenza e dovevano subire la legge del più forte, la legge del padrone, votando, per tranquillità della famiglia, la terna assegnata a ciascuno dal dirigente locale del Sindacato fascista o dal fascio. (Vivi rumori interruzioni)
Giacono Suardo. L’onorevole Matteotti non insulta me rappresentante: insulta il popolo italiano ed io, per la mia dignità, esco dall’Aula. (Rumori - Commenti) La mia città in ginocchio ha inneggiato al Duce Mussolini, sfido l’onorevole Matteotti a provare le sue affermazioni. Per la mia dignità di soldato, abbandono quest’Aula. (Applausi, commenti)
Attilio Teruzzi. L’onorevole Suardo è medaglia d’oro! Si vergogni, on. Matteotti. (Rumori all’estrema sinistra)
Presidente. Facciano silenzio! Onorevole Matteotti, concluda!
Giacomo Matteotti. Io posso documentare e far nomi. In altri luoghi invece furono incettati i certificati elettorali, metodo che in realtà era stato usato in qualche piccola circoscrizione anche nell’Italia prefascista, ma che dall’Italia fascista ha avuto l’onore di essere esteso a larghissime zone del meridionale; incetta di certificati, per la quale, essendosi determinata una larga astensione degli elettori che non si ritenevano liberi di esprimere il loro pensiero, i certificati furono raccolti e affidati a gruppi di individui, i quali si recavano alle sezioni elettorali per votare con diverso nome, fino al punto che certuni votarono dieci o venti volte e che giovani di venti anni si presentarono ai seggi e votarono a nome di qualcheduno che aveva compiuto i 60 anni. (Commenti) Si trovarono solo in qualche seggio pochi, ma autorevoli magistrati, che, avendo rilevato il fatto, riuscirono ad impedirlo.
Edoardo Torre. Basta, la finisca! (Rumori, commenti) Che cosa stiamo a fare qui? Dobbiamo tollerare che ci insulti? (Rumori - Alcuni deputati scendono nell’emiciclo) Per voi ci vuole il domicilio coatto e non il Parlamento! (Commenti - Rumori)
Voci: "Vada in Russia!"
Presidente. Facciano silenzio! E lei, onorevole Matteotti, concluda!
Giacomo Matteotti. Coloro che ebbero la ventura di votare e di raggiungere le cabine, ebbero, dentro le cabine, in moltissimi Comuni, specialmente della campagna, la visita di coloro che erano incaricati di controllare i loro voti. Se la Giunta delle elezioni volesse aprire i plichi e verificare i cumuli di schede che sono state votate, potrebbe trovare che molti voti di preferenza sono stati scritti sulle schede tutti dalla stessa mano, così come altri voti di lista furono cancellati, o addirittura letti al contrario. Non voglio dilungarmi a descrivere i molti altri sistemi impiegati per impedire la libera espressione della volontà popolare. Il fatto è che solo una piccola minoranza di cittadini ha potuto esprimere liberamente il suo voto: il più delle volte, quasi esclusivamente coloro che non potevano essere sospettati di essere socialisti. I nostri furono impediti dalla violenza; mentre riuscirono più facilmente a votare per noi persone nuove e indipendenti, le quali, non essendo credute socialiste, si sono sottratte al controllo e hanno esercitato il loro diritto liberamente. A queste nuove forze che manifestano la reazione della nuova Italia contro l’oppressione del nuovo regime, noi mandiamo il nostro ringraziamento. (Applausi all’estrema sinistra. Rumori dalle altre parti della Camera) Per tutte queste ragioni, e per le altre che di fronte alle vostre rumorose sollecitazioni rinunzio a svolgere, ma che voi ben conoscete perché ciascuno di voi ne è stato testimonio per lo meno... (Rumori) per queste ragioni noi domandiamo l’annullamento in blocco della elezione di maggioranza.
Voci a destra: "Accettiamo" (Vivi applausi a destra e al centro)
Giacomo Matteotti. [...] Voi dichiarate ogni giorno di volere ristabilire l’autorità dello Stato e della legge. Fatelo, se siete ancora in tempo; altrimenti voi sì, veramente, rovinate quella che è l’intima essenza, la ragione morale della Nazione. Non continuate più oltre a tenere la Nazione divisa in padroni e sudditi, poiché questo sistema certamente provoca la licenza e la rivolta. Se invece la libertà è data, ci possono essere errori, eccessi momentanei, ma il popolo italiano, come ogni altro, ha dimostrato di saperseli correggere da sé medesimo. (Interruzioni a destra) Noi deploriamo invece che si voglia dimostrare che solo il nostro popolo nel mondo non sa reggersi da sé e deve essere governato con la forza. Ma il nostro popolo stava risollevandosi ed educandosi, anche con l’opera nostra. Voi volete ricacciarci indietro. Noi difendiamo la libera sovranità del popolo italiano al quale mandiamo il più alto saluto e crediamo di rivendicarne la dignità, domandando il rinvio delle elezioni inficiate dalla violenza alla Giunta delle elezioni. (Applausi all’estrema sinistra - Vivi rumori)
Note
- ↑ Alfredo Rocco, autore tra l’altro del Codice Rocco.
- ↑ Fu l’ultimo discorso di Matteotti prima della morte.
- ↑ Dario Lupi, sottosegretario del governo Mussolini per la pubblica istruzione.
- ↑ Maurizio Maraviglia, avvocato e deputato calabrese.
- ↑ Roberto Farinacci, il ras di Cremona, sara’ l’avvocato difensore di Amerigo Dumini, durante il processo che lo vide imputato per l’omicidio di Matteotti
- ↑ Enrico Gonzales, avvocato e deputato socialista.
- ↑ Aldo Finzi, sottosegretario di Stato per l’interno.
- ↑ Giovanni Amendola
- ↑ Presidente della Giunta delle elezioni
Fonte: internet
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